Lady B sta accucciata accanto alla mia scrivania, mi guarda e scalpita. Ha pure ragione, dal suo punto di vista: da Natale ad oggi non siamo ancora uscite neppure per una breve passeggiata, almeno per iniziare a prendere confidenza in vista del nostro viaggio in programma la prossima primavera. E questo restare chiuse in casa, per una Brompton che si rispetti, è una vera offesa.
Anch’io, però, ho i miei validi motivi, anche se quando la guardo mi sento vagamente a disagio e un po’ in colpa: come quando il tuo cane ti fissa con occhi imploranti per andare a fare una passeggiata, ma tu fai finta di non capire. Con l’aggravante di continuare ad ammirare sui social le avventure di gente tostissima che sfida freddo, nebbia, neve e si lancia in lunghe pedalate o camminate, entusiasti e pieni di energia.
Iniziamo i preparativi
Il fatto è che mi sono dovuta arrendere all’evidenza di dover mettere in fila le cose in ordine di priorità e di logica, non di piacere. E la prima cosa necessaria, per prepararmi al progetto 60×60 (il giro d’Europa in InterRail + bici Brompton che ho iniziato a raccontarvi nello scorso post) è quella di essere fisicamente in buone condizioni.
Intendiamoci: non ho nessuna intenzione di fare sforzi estremi o performance atletiche, ma l’idea è comunque quella di pedalare per varie migliaia di chilometri, alternando il tutto con vari su e giù da treni, bus e traghetti. Insomma, due mesi decisamente intensi, da affrontare possibilmente senza doloretti e magagne per goderseli al meglio.
Peccato che io abbia questa sgradevole abitudine: tendo a ignorare i miei problemi di salute, come se si trattasse di tempo sottratto a cose più pressanti. Il tutto nella velleitaria convinzione che – trattandosi fortunatamente di malanni banali e non gravi – le cose si sistemeranno da sole, con il tempo.
Bene, vi informo che non è così. Il maledetto tallone che aveva iniziato a farmi male l’estate scorsa (e che aveva reso parecchio difficile il mio cammino in Puglia al seguito del Road to Rome 2021) non è affatto migliorato, anzi: si è trasformato in una infiammazione generalizzata a tendini & dintorni. Risultato: da alcune settimane anche solo camminare per qualche centinaio di metri è un vero supplizio. E anche se non si tratta di un problema preoccupante, vi assicuro che convivere con un piede che fa male 24/7 è davvero una faccenda snervante, che ti toglie la voglia e l’entusiasmo per qualsiasi cosa.
L’arte di avere cura di sé
Così, alla fine mi sono decisa e mi sono imbarcata in un percorso di accertamenti, visite e controlli, iniziando finalmente una serie di terapie. Sono fiduciosa che laser, tecar, massaggi e impacchi riusciranno presto a rimettermi in sesto: già dopo una prima sessione mi sento migliorata, anche se probabilmente c’entra molto l’effetto placebo.
Però tutto questo mi ha portato a riflettere, più in generale, di come sia importante e al tempo stesso difficile aver cura di se stesse. Di come, in altri termini, dovrei (ma credo di non essere sola in questo mio atteggiamento) imparare ad ascoltarmi di più, a non forzare la mano quando emerge un disagio, a non pensare di risolvere situazioni che non mi stanno bene solo con un po’ di forza di volontà.
La colpa, però, non è solo mia: sono cresciuta in un mondo e in un’epoca in cui a emergere come valori positivi erano soprattutto lo spirito di sacrificio, il saper “stringere i denti”, l’imporre i propri obiettivi con la sola determinazione a dispetto delle circostanze esterne. Tutte cose sacrosante, ma solo se vanno di pari passo con altri concetti, che si tende invece a dimenticare.
L’insegnamento del tendine di Achille
Primo tra tutti, quello della gentilezza: nei confronti degli altri, ma anche nei confronti di se stesse. Investire del tempo per la propria salute, il proprio benessere, il proprio equilibrio mentale oltre che fisico non è affatto un atto di egoismo. È, piuttosto, un modo di volerci bene, di rispettarci, che si riflette anche verso l’esterno e che ci aiuta a farci voler bene e rispettare anche dal prossimo. “Soffrire in silenzio” non giova proprio a nessuno, né a noi né a chi ci circonda, e porta solo a peggiorare le situazioni: sia dal punto di vista fisico, sia da quello morale, quando – come è ovvio – non ci vediamo riconosciuto alcun merito per il nostro stoicismo.
Non so se altri si riconoscono in quello che ho scritto, o se sono solo delle vaneggianti considerazioni personali dettate dalla forzata immobilità. Io comunque credo di aver imparato qualcosa da tutta questa faccenda: sapersi voler bene è un’arte complessa che non si finisce mai di apprendere e perfezionare.
Certo, ora che ho capito, gradirei anche che il mio stupido tendine la facesse finita con il suo ruolo di insegnante, perché ci sono parecchie cose da fare prima della partenza: il 9 maggio sembra lontanissimo, ma in realtà è a due passi…
