Sono le sei e mezza del mattino, sono stata svegliata dal “tu-tut-tu” di una tortora e ho pensato che è il momento giusto per riassumere la – lunghissima- giornata di ieri. La nostra seconda in viaggio lungo la Via Francigena, su quello che sarà (credo, spero) il nostro più lungo percorso giornaliero: 104 km tra Bard e Palestro, resi più difficili da una serie di salite (anche se “si scende” in pianura la faccenda non è così lineare: alla fine i metri di dislivello positivo sono stati 480) e da molti tratti di sterrato che, dopo le piogge dei giorni scorsi, era spesso un pantano scivoloso, con grandi pozzanghere da guadare prestando molta cautela.
Però ha smesso di piovere, e questo ci ha regalato una giornata di clima perfetto: né troppo caldo né troppo freddo, con il cielo disegnato da grandi nuvoloni multicolori all’orizzonte.
Anche il fisico di tutti noi ha tenuto botta egregiamente: siamo arrivati stanchi, ma non devastati, e questo ci ha permesso di goderci degnamente una cena davvero speciale.
Ma andiamo con ordine: il percorso, nella prima parte, è come lo ricordavo. L’emozionante tratto di via romana tra Bard e Donnas, con l’antico arco in pietra lungo la Via delle Gallie (c’è stata una frana nei giorni scorsi, ma si supera senza problemi con un brevissimo tratto lungo la statale), il lungo saliscendi tra il verde dei prati e il Rossi dei papaveri costeggiando la serra morenica di Ivrea, le luci del lago di Viverone sulle cui rive abbiamo sostato a pranzo (altro nome da segnare: Chalet al Lago, ottimi ed elegantissimi piatti di pesce, luogo rilassante e accogliente, prezzi sensati), la traversata delle grandi risaie fino alla piazza centrale di Vercelli e più oltre, fino alla nostra meta della tappa, a Palestro.
È in questo ultimo tratto che ho trovato le prime differenze rispetto al viaggio di 7 anni fa; cioè, no: la prima è stata l’avvistamento di pellegrini a piedi già nei pressi di Ivrea, mentre la volta scorsa ero dovuta arrivare fino in Toscana per incontrare qualcuno lungo il percorso. Ma torniamo alle risaie: il “mare a quadretti”, così tipico e affascinante, non esiste quasi più; questo perché, mi hanno spiegato, vengono utilizzate altre tecniche di coltivazione che evitano l’allargamento del campi già dal mese di aprile. Peccato, perché quei brevi tratti di marcite che ancora si incontrano, dove pascolano aironi e ibis, hanno un fascino senza pari. Anche il tracciato, prima di Vercelli, è cambiato: nel mio primo viaggio si arrivava in città attraverso un dedalo di stradine di campagna – quello che suppongo essere tuttora il percorso per camminatori – mentre ora la ciclovia francigena si immette in un lunghissimo rettilineo sulla provinciale, peraltro non molto trafficata; meno affascinante, ma senza dubbio più veloce ed efficace. Il che ci ha permesso di recuperare il piccolo ritardo che avevamo accumulato con la sosta del mattino a Borgofranco di Ivrea, dove i meccanici di un immenso e attrezzatissimo negozio di bici avevano sistemato completamente la catena della bici di Chiara.
A essere cambiato è anche il ponte della ciclovia poco prima di Palestro: che 7 anni fa era nuovo e impeccabile, è stato poi danneggiato da inondazioni e da un uso improprio (trattori e mezzi pesanti al posto delle bici), ed è stato ben presto formalmente chiuso a causa di qualche traversina danneggiata. Si passa benissimo, intendiamoci, superando qualche panettone di cemento messo lì senza troppa convinzione: ma il fatto che sia in questa situazione ormai da anni (me lo ricordo in questo modo in un mio giro post-Covid e durante il “Road to Rome” del 2022) lascia alquanto perplessi sulle logiche di manutenzione del cammino, tanto più che si tratterebbe di interventi decisamente poco onerosi. E vabbè.
La méta della sera era ben precisa: il b&b/ostello La Torre Merlata di Palestro, un luogo davvero speciale dove Ambra e Paolo accolgono i viaggiatori in due deliziose stanze arredate in stile “casa della bisnonna”, alla base di una torre risalente a prima dell’anno mille: la cosiddetta “torre dei Visconti”, che è il punto di riferimento visivo dell’intero paese e ti regala la sensazione di dormire, davvero, nella storia. In più, l’appassionata, accogliente e iperattiva Ambra è anche la vicepresidente della “Strada del riso dei tre fiumi”: il che ci ha portato a una cena memorabile a base di risotto ai fagioli dell’occhio, cucinato dalla presidentessa dell’associazione: Cristiana Sartori, risicoltrice esperta e appassionata, che ci ha raccontato una miriade di fatti e notizie su questo tema, assai più vasto e composito di quanto siamo abituati a pensare.
Adesso però basta, perché è ora di andare a colazione.
Ci risentiamo nelle prossime tappe, io intanto mi procuro le energie per affrontare questa nuova giornata: si va sempre più verso sud!
