Quando sono in viaggio cerco sempre di scrivere un post al giorno, la sera stessa. Questo perché so benissimo che raccontare le cose “in diretta” ha tutto un altro sapore; tanto più che in viaggi come questo, al seguito del “Road to Rome” lungo la Via Francigena, ci sono talmente tante cose, luoghi, fatti, persone, incontri, che anche solo dopo due giorni tutto si impasta e si confonde, non ricordi quello che hai fatto ieri e quello che hai fatto oggi, e rischi di perderti pezzi significativi nel riassunto dell’esperienza.
Comunque, ora mi trovo con ben tre tappe non ancora raccontate (Vercelli-Mortara, Mortara-Pavia e Pavia-Orio Litta) e con l’impossibilità di stipare in un post la pazzesca quantità di suggestioni che ne sono derivate.
Ogni pezzetto di ogni giornata meriterebbe una storia a parte, tra B&b ristrutturati con sapienza e amore straordinario (come La Torre Merlata a Palestro), paesini di 200 abitanti con una comunità coesa e attivissima e due alberi monumentali davvero impressionanti (a Nicorvo), una pazzesca tenuta/riserva naturalistica di 800 ettari che ospita – a sorpresa – boschi fittissimi dove si incontrano daini e caprioli (la Riserva San Massimo a Groppello Cairoli), santuari e stabilimenti termali (a Miradolo), fino ad arrivare a Orio Litta, dove oggi siamo fermi per una (sacrosanta!) giornata di recupero, ospiti dell’ostello ricavato da un’antica grangia benedettina.
Orio Litta è un nome noto ai frequentatori della Via Francigena, e merita una storia a parte. Perché in questo piccolo paese incastrato tra Olona e Po e arricchito da una splendida villa d’epoca (“la Versailles del lodigiano”) c’è una parte consistente della rinascita di questa via di pellegrinaggio, iniziata ormai parecchi anni fa (non a caso questo viaggio celebra il ventennale dell’Associazione Europea delle Vie Francigene). Il motore di tutto è Francesco Ferrari, sindaco ma anche vicepresidente di AEVF, che con lungimiranza ha sempre visto nella Via Francigena un motore di sviluppo del suo territorio: ha fatto piazzare sul percorso placche segnaletiche, ha ristrutturato la grangia creandone un ostello di eccellenza, ha organizzato eventi, incontri e convegni di ogni tipo e soprattutto ha saputo coinvolgere i suoi concittadini in una mentalità di accoglienza e di amicizia che scalda il cuore. Ci fermeremo qui per un giorno di pausa (questo spiega come ho trovato il tempo per scrivere il post) e conto di raccontarvi in seguito la gita prevista per oggi a Corte Sant’Andrea, altro luogo simbolo del percorso. Intanto, lasciate che vi dica una cosa: chi “salta” questo pezzo di percorso ritenendolo noioso, si perde davvero qualcosa: del fascino dei luoghi e dello spirito delle persone.
Sempre parlando di persone, c’è però un mistero che non riesco a svelare e che riguarda il rapporto tra la gente del posto e le zanzare. Da Vercelli a qui, le dannate bestiacce sono state nostre compagne fedeli di viaggio, in quantità inimmaginabili: all’imbrunire, a nugoli, ma anche la mattina, a mezzogiorno, al sole, all’ombra, all’aperto, al chiuso… e pungono, pungono come dannate. Ogni tanto, quando gli attacchi si fanno particolarmente feroci, tutto il gruppo inizia a fare strani movimenti a scatti e a prendersi a sberle (da soli o a vicenda), facendo pensare a una compagnia di indemoniati. Gli incontri serali con le autorità sono vivacizzati dai nostri movimenti convulsivi, nonostante le nuvole di autan che ci avvolgono costantemente. In tutto questo, gli abitanti del luogo confermano: sì, ci sono molte zanzare; ma non fanno una piega. Non si agitano, non si grattano, non si lamentano come invece facciamo noi; sembrano del tutto impermeabili agli effetti dell’attacco degli insetti. Non riesco a capire se l’esposizione alle zanzare fin dalla più tenera età li ha in qualche modo immunizzati dall’istinto di grattarsi fino a sanguinare, se qualcosa nel loro odore allontana gli insetti (pilotandoli verso le più vergini carni dei turisti di passaggio) o se si tratti semplicemente di quieta rassegnazione. Però vi assicuro, ho iniziato a pensare che anche l’inverno ha i suoi bei vantaggi, almeno da certi punti di vista.
