La fatica inizia ad accumularsi insieme alle tappe (abbiamo ormai superato i 700 km di percorso) ed è sempre più difficile trovare le energie, la sera dopo la doccia o la mattina prima che gli altri si sveglino, per tenere quotidianamente questo “diario di bordo”.
Eccomi quindi a raccontare due giornate insieme: che può sembrare poco, ma per la quantità di cose viste e di emozioni provate sono invece un intero mondo.
Anche perché siamo ormai entrati in quel meccanismo particolare che scatta durante i viaggi molto lunghi, quando ti sembra di essere partita da un secolo ma al tempo stesso l’arrivo è ancora troppo lontano per fare un vero conto alla rovescia. E così il trovarti “on the road” diventa un po’ la tua condizione naturale, come se quella fosse la normalità della tua vita e non un intervallo che ti sei (in genere faticosamente) ritagliato dalla normale routine.
A questo punto siamo ormai entrati nella parte più iconica della Via Francigena e da un paio di giorni pedaliamo immersi in quei panorami toscani da cartolina che sono una specie di immagine-simbolo del percorso. Non a caso la presenza di camminatori è aumentata considerevolmente (forse, in parte, anche di cicloviaggiatori, ma muovendosi a velocità più o meno simili è meno frequente incontrarsi), e con essa una serie di riferimenti (cartelli, segnalazioni, ostelli, strutture) che rispetto a 7 anni fa danno la sensazione di un cammino molto più strutturato e frequentato; nessuno si stupisce più nel vedere lungo la strada gente a piedi o in bici, carica di zaini e borse, mentre nel nostro primo viaggio eravamo osservate come delle marziane.
Quanto all’itinerario… beh, inutile negarlo: si fatica per davvero. La prima tappa, Lucca – Gambassi Terme, ci ha portati a percorrere una settantina abbondante di km, tutti o quasi in saliscendi: in particolare l’arrivo verso Gambassi a fine giornata (e l’altrettanto ripida ripartenza il giorno dopo) mi ha fatto pensare che questi luoghi non si trovino in realtà in collina, ma in alta montagna: continuo a chiedermi come sia possibile accumulare così tante salite così tanto ripide, senza raggiungere quote al di sopra dei 2000 metri.
D’altronde, basta guardarsi intorno per capire che ne vale la pena: e non starò a descrivere la meraviglia della campagna toscana in questa stagione, perché rischierei di diventare noiosa senza neanche riuscire a trasmettere una frazione della meraviglia di trovarsi in questi posti. Le immagini sono quelle, e le conosciamo tutti benissimo. Quello che manca al quadro – e che si coglie al meglio spostandosi in bici – sono i profumi, i rumori della campagna e i cinguettii degli uccelli (a volte coperti dal suono del proprio fiatone, ma vabbè), i piccoli paesi tranquilli dove fermarsi per una pausa nel bar della piazza. E soprattutto, a sorprendere sono le dimensioni di questa meraviglia: perché non si tratta di una piccola sezione di percorso particolarmente panoramica. Questi scenari proseguono, somiglianti e ogni volta diversi, per centinaia di km, equivalenti a giorni e giorni di strada.

Con alcune chicche assolutamente degne di nota, come l’ostello dove abbiamo dormito la notte scorsa a pochi km – di salita, ovviamente – dal centro di Gambassi, ricavato all’interno di una pieve dell’anno mille, quella di Santa Maria a Chianni. Un luogo magico ed emozionante, non a caso strapieno di pellegrini di ogni tipo, in prevalenza stranieri: da camminatori solitari e ascetici a coppie olandesi dall’aria energica, da taiwanesi intenti a una sorta di “gemellaggio di pellegrinaggio” non meglio identificato (l’unica cosa chiara è che stavano percorrendo 400 km in 10 giorni) a un vociante e rumorosissimo gruppone di signore francesi con servizio di trasporto bagagli al seguito e dall’aspetto molto più interessato alla parte godereccia ed enogastronomica dell’esperienza che a tutto in resto.
La tappa successiva, da Gambassi a Strove, poco prima di Monteriggioni, doveva sulla carta essere più leggera. Ma le salite hanno pestato duro anche in questo caso, e 50 km sono stati più che sufficienti a farci arrivare a destinazione belli cotti. Però, che posti, e che paesi: in un solo giorno abbiamo attraversato delle chicche come San Miniato e San Gimignano (quest’ultima, come sempre, affollata di turisti oltre ogni dire), appollaiate sulla cima dei rispettivi colli (e infatti in genere mi ci voglio almeno 5 minuti all’arrivo in piazza prima che mi si schiarisca la vista e riesca ad assumere un aspetto non completamente devastato), tra vigneti e campi coltivati in un puzzle di infinite tonalità di verde.
Per ora anche il meteo ci ha assistiti alla grande: fresco e ventilato, ci ha permesso di schivare costantemente i grandi nuvoloni neri che ci sfilavano accanto evitando la pioggia e godendoci al tempo stesso lo spettacolo di un cielo variegato e mutevole. Il meteo ci segnala davanti a noi un’altra giornata di sole pieno; poi le cose potrebbero peggiorare. Ma ci penseremo a tempo debito. Il bello di questo tipo di viaggi è anche imparare a prendere le cose come vengono, giorno per giorno, senza preoccuparsi troppo. E scusate se è poco.
PS: il 90% delle foto sono di Marco, ormai diventato il nostro fotoreporter ufficiale
