Dove eravamo rimasti?
Sono passati alcuni giorni dal nostro arrivo a Roma e dal rientro a casa, a Milano, e solo ora trovo il tempo e le energie per scrivere qualcosa sulle giornate conclusive del nostro viaggio. Un po’ perché il “gran finale” è inevitabilmente intenso, emozionante e oltremodo stancante, e un po’ perché il rientro a casa – con tutto il seguito di bollette, lavatrici, lavori urgenti, mail a cui rispondere – è uno shock che ti fa pensare che tutto sommato spingere la bici stracarica su una salitona sotto il sole non è poi così male, e per quanto affaticata forse faresti meglio a risalire sulla Bigia e avviarti per ignota destinazione.
Ma è il destino dei viaggi riusciti bene, quello di lasciare una scia di malinconico disappunto una volta terminati: quindi meglio così, prendiamola come un segnale positivo.

E veniamo a una breve cronaca delle nostre ultime due tappe: quella da Bagnoregio a Sutri e la conclusiva da Sutri a Roma (anzi, al Vaticano: si tratta pur sempre di uno stato straniero…). Sarà una faccenda molto pratica, vi avverto: perché i panorami sono sempre straordinari e suggestivi, ma devono essere soprattutto vissuti dal vivo dato che a raccontarli a parole rischiano di diventare monotoni. E anche perché ci sono invece delle importanti “informazioni di servizio” che mi sembra doveroso condividere con chiunque abbia intenzione di ripetere questo percorso.
Un aspetto che vale soprattutto nel tratto che va tra la città di Viterbo e Vetralla, lungo il quale abbiamo seguito le tracce gpx fornito dal sito ufficiale della Via Francigena. Bene, c’è sicuramente qualcosa che non va, per almeno tre motivi: che, sono certa, il percorso fatto 7 anni fa non era affatto così devastante; che almeno un percorso alternativo esiste tuttora (le tracce gpx della guida di Terre di mezzo sono infatti diverse); che cacciare dei poveri cristi in bicicletta su strade del genere è un modo sicuro per scoraggiare chiunque voglia fare un po’ di sano cicloturismo. Chiariamoci subito: la Via Francigena, in generale, non è un percorso di tutto riposo e non ci si può certo aspettare un nastro asfaltato tipo la ciclabile del Danubio. Si sa che le salite sono molte, che possono esserci punti sconnessi, che bisogna sapersi adattare (ed eventualmente spingere). E infatti anche all’uscita di Viterbo ci sono dei normali saliscendi, resi peraltro molto affascinanti dal fatto di svolgersi all’interno di uno stretto canyon scavato nel tufo.

Poi, però, le cose cominciano a peggiorare. Passi per il basolato romano: essendo un elemento storico straordinario e di grande suggestione, si può anche ignorare la difficoltà di pedalata e il sontuoso male al sedere a cui questi pietroni costringono. Finito il basolato, però, il tracciato si infila su sterrati pietrosi, sconnessi e in pendenza tali che sarebbero forse adeguati a una gara di mountain bike, ma di certo non a pedalatori con borsoni al seguito: in un punto, una salita con pendenza intorno al 25% cosparsa da un ghiaino scivolosissimo, abbiamo dovuto aiutarci a vicenda a issare le bici perché non si riusciva neppure a stare in piedi spingendo a mano.

Beh, questa cosa mi pare inaccettabile, e dopo aver percorso un migliaio di km su questa via credo di avere le carte in regola per affermarlo senza timore di passare per una viziata ciclista di città: portare cicloturisti di normale livello su un percorso del genere significa come minimo rendergli impossibile quantificare i tempi di percorrenza (in pratica per almeno una decina di km siamo andati più lenti che se fossimo stati a piedi); in generale metterli in difficoltà portandoli a detestare il tracciato; nei casi peggiori, esporli a seri rischi di infortunio. E dato che non stiamo parlando di ciclismo estremo in Patagonia, ma di un tratto nell’alto Lazio che conduce a una cittadina (Vetralla, per l’appunto) che si fa vanto di essere tappa della via Francigena con cartelloni, slogan, sagome di pellegrini, esercizi convenzionati di ogni tipo, sarebbe il caso di intervenire: se da un lato c’è un (legittimo e anche auspicabile) aspetto commerciale, dall’altro deve corrispondere un minimo di cura nella selezione del percorso e nella sua sicurezza.
Fine del pippone, e rapida morale: se andate da quelle parti, procuratevi delle tracce alternative.
Dopo di che… una serata a Sutri (bellissima e ricca di monumenti delle epoche più disparate: se non ci siete mai stati rimediate il prima possibile), un lungo saliscendi tra piccole cittadine arroccate sulla cima delle colline, un tratto di pista ciclabile a bordo Tevere, e siamo finalmente arrivati a Roma, raggiungendo il colonnato di San Pietro attraverso comodi e ben segnalati percorsi protetti. E qui non c’è molto altro da dire, se non che l’emozione prende un po’ tutti, inclusa una cinica cattivona come me: per la bellezza della piazza, a cui non ci si abitua mai; per la suggestione del luogo, anche se non si è religiosi; per l’idea di aver percorso 1100 km con la sola forza delle proprie gambe, attraversando ambienti di ogni tipo e sorprendendosi del fatto di esserci riusciti, oltretutto divertendosi anche.
Tanto più che, al momento del ritiro del Testimonium (la pergamena rilasciata a chi percorre almeno gli ultimi 200 km in bici o 100 km a piedi) ho avuto il mio piccolo “momento-vanità”, quando Marina – la simpaticissima volontaria addetta al rilascio del documento – mi ha riconosciuta e accolta con grandi feste. Mi sono quasi sentita una piccola celebrità, e non posso negare quanto mi abbia fatto piacere. Tanto più che Marina, friulana doc, mi ha messo in testa il seme di un’idea assolutamente folle: un progetto che non so se troverò mai il tempo e le energie per mettere in pratica, ma che – in qualche modo un po’ simbolico – mi è arrivato come suggerimento proprio al termine di un viaggio, come spunto per pensarne un’altro. Vabbè, per ora non vi dico nulla; ma a quanto pare ci sono 4000 km attraverso l’Europa che non chiedono altro che di essere percorsi….
Bene, con questo termina la cronaca della nostra Via Francigena 2024. Ancora un’informazione pratica, per chi abitasse al nord: da Roma (stazione Tiburtina) partono due Intercity al giorno che arrivano direttamente a Milano senza cambi e permettono il trasporto delle bici montate (previa prenotazione). Il viaggio è di una lunghezza sconcertante per noi abituati alle alte velocità: circa sei ore e mezza. Ma tutto sommato è bene che ci sia un po’ di cuscinetto tra la vita randagia e il rientro alla normalità, perché non è facile riabituarsi e non rimpiangere le nostre giornate “on the road”. Toccherà pensare presto a qualche nuova destinazione.
