Il guaio di ripetere certi itinerari è che, molte volte, sai già che cosa aspettarti e che cosa temere. E uno dei tratti che mi preoccupavano un po’- per averlo già percorso non una, ma ben tre volte – è quello che va da Palestro a Pavia. Sulla carta, non sembrerebbe nulla di particolarmente impegnativo (una settantina di km di perfetta pianura); il problema però è che si svolge in gran parte su stradelle sterrate il cui fondo è fatto di sabbia, in cui la ruota affonda e sbanda rendendo la pedalata più faticosa che se si fosse su una robusta salita, ed esponendo altresì al rischio di epiche cadute. La cosa, però, non sembra angustiare granché le persone del posto, che in varie occasioni hanno risposto alle mie lamentele con il concetto “eh, certo, perché qui è terra di asparagi, che vogliono il terreno sabbioso e infatti vengono buonissimi”: con tutto che gli asparagi mi piacciono, non mi sembra comunque una gran consolazione quando stai arrancando da ore come una disperata.
Fortunatamente, però, le grandi piogge dei giorni scorsi avevano compattato il terreno, e tutto è filato molto più liscio di quanto mi aspettassi: fango e pozzanghere battono sabbia 10 a 1. Per il resto, il percorso è molto gradevole, in mezzo alla campagna colorata dal rosso intensissimo dei papaveri e attraverso paesini sonnacchiosi e deserti, tra risaie semi-allagate attraversate da inquietanti trattori dotati di immense ruote metalliche per lavorare il terreno e avvistamenti di uccelli di tutti i tipi, cicogne incluse. Spesso nei paesini di cui parlavo ci sarebbero anche dei monumenti interessanti e antichi, come a Robbio con la chiesina di San Pietro del 1100, o come a Mortara (che più che paesino è una città) dove si passa proprio davanti all’abbazia di Sant’Albino, fondata addirittura nel V secolo. Peccato però che tutte queste chiese siano invariabilmente chiuse e non ci sia possibilità di visitarle; forse, anche grazie all’aumentare dei frequentatori della Via Francigena (che iniziamo a vedere sempre più spesso sul percorso), sarebbe bello pensare a un modo di consentire la visita a questi gioielli nascosti: magari mettendo un referente a cui rivolgersi, se l’apertura continuativa risultasse troppo onerosa.
Per gli amanti dei numeri, le statistiche di oggi non le ho, perché ho pasticciato con il navigatore: diciamo a spanne che le pendenze sono state trascurabili e i km sono stati una decina in più dei 70 previsti. Questo perché ci siamo concessi una deviazione per visitare un posto davvero notevole, la Riserva di San Massimo, nei pressi di Garlasco: un’enorme proprietà dove si produce, con tecniche di agricoltura a basso impatto, riso di altissima qualità, che viene infatti utilizzato dai più grandi chef. Ma le risaie sono solo una piccola parte di questa enorme proprietà, che per il resto è un’immensa area di boschi (c’è pure il più grande ontaneto d’Europa) semi-selvaggi, con sorgenti d’acqua naturali che danno vita a zone umide, in cui si aggirano indisturbati animali di tutti i tipi: fagiani e caprioli tra quelli avvistati. Inutile dire che Giovanni, di fronte a tutta questa biodiversità, si è trovato come un topo nel formaggio.
La notte la passiamo a Pavia, che si raggiunge con un ultimo tratto lungo il Ticino davvero scenografico. E la città si conferma non solo bella e accogliente, ma anche piena di vita, con quella marcia in più che accomuna tutte le città universitarie.
Per il momento è tutto: “so far, so good” direbbero gli inglesi. Il tempo sembra tenere, le bici anche, e noi… più o meno ci difendiamo tenendo a bada i nostri acciacchi. Che comunque, in un gruppo di stagionati girovaghi come il nostro, più che problemi sono da considerare come medaglie al merito.

