
Eccomi di nuovo in Cechia. Per il terzo anno consecutivo sono venuta gironzolare per un Paese che fino a qualche tempo fa non conoscevo affatto e che si sta rivelando una miniera di posti bellissimi e perfetti da esplorare in bicicletta.
Il mio itinerario per questo viaggio è di fatto un proseguimento dei precedenti, e la prevede di seguire a grandi linee il tracciato dell’Eurovelo 13 “della Cortina di Ferro”, zigzagando tra il lato ceco e quello austriaco di ciò che fino a qualche decina di anni fa era un confine invalicabile tra due mondi, e che oggi è poco più che un cartello indicatore e un segno sulla mappa.
In questa prima parte, per essere precisi, riprendo un pezzetto del percorso degli anni passati. Un modo di “prendere la rincorsa” ritrovando luoghi che mi avevano entusiasmato. A partire da Slavonice, a un paio d’ore di auto dall’aeroporto di Vienna: una cittadina a cui complicate vicende storiche che hanno lasciato in eredità uno spettacolare centro urbano incredibilmente poco conosciuto (il racconto e i dettagli su Slavonice li trovate in un post del viaggio fatto nel 2023).
Da Slavonice, i primi 60 km di pedalata m hanno portato a Vranov nad Dyjí. E qui è bene innestare una spiegazione lessicale: “Dyjí” è il nome di un fiume (per la precisione si chiama Dyie, ma la lingua ceca non si fa mancare nulla e ha pure 7 casi grammaticali, uno in più del latino) che scorre sul confine con l’Austria e che in tedesco, chissà perché, si chiama in modo del tutto diverso: Thaya.
Sta di fatto che in questa zona, lungo le due sponde, si trova un Parco Nazionale transfrontaliero ricoperto di spettacolari foreste. Che sono quelle che si attraversano in bicicletta, seguendo su viottoli e tranquille stradine il tracciato dell’Eurovelo 13 (hanno da poco aggiornato la segnaletica ed è indicato in modo maniacale) che procede in un continuo zig zag tra il territorio ceco e quello austriaco.
Anche se a parte qualche dogana abbandonata gli unici ad accorgersi della differenza sono i cellulari, che continuano a mandare a raffica messaggi di “benvenuto in Cechia! Paghi tot euro…” e subito dopo “benvenuto in Austria! Ecc.”: a fine giornata ne avevo accumulato una decina.
Per il resto, il panorama è assolutamente uniforme e straordinariamente rilassante: morbide colline (con qualche salita piuttosto carogna), paesini deserti con il loro campanile a cipolla, grandi campi che in questo periodo brillano del giallo della colza, boschi di altissimi abeti rossi. E anche vari esponenti della fauna locale, come un giovane cervo visto in lontananza o una grossa volpe che mi ha attraversato la strada a pochi metri dalle ruote.
E poi ci sono le memorie storiche: quelle antiche (con un sacco di castelli e di ruderi, che non sto ad elencare se no non la finiamo più) e quelle più recenti. Perché la Cortina di Ferro, fino a solo 35 anni fa, non era solo un nome, ma una drammatica realtà, resa ancor più assurda dall’evidente continuità che esiste di fatto tra i due Paesi. Così, per la gente di qui, in particolare per tutti gli ultra quarantenni, poter saltabeccare di qua e di là da quella che era per loro una terra proibita (nonché desiderata, sognata, e in molti casi negata con le armi e con un cospicuo numero di morti) ha qualcosa di magico.
Ma anche senza essere cresciuti nella Cecoslovacchia degli anni 70, questa magia si percepisce benissimo, quando si pensa che quelli che erano camminamenti di guardia presidiati da soldati armati fino ai denti sono ora tranquille piste ciclabili immerse nei fiori.
Che, a guardarsi intorno con le notizie di attualità, suona al tempo stesso come una dimostrazione dell’assurdità di guerre inaccettabili e come un piccolo segnale di speranza nel futuro.