Ragazzi, non lo so. Certo, sui social continuo a pubblicare post pimpanti (alla faccia dell’allitterazione!!) e pieni di entusiasmo per l’avvicinarsi di “60×60”. E a volte ci credo pure completamente, quando per distrazione riesco ad allontanarmi mentalmente dal tragico scenario in cui siamo immersi, dalle terrificanti notizie che arrivano da una manciata di chilometri dalle nostre calde, comode e sicure casette.
Poi però la realtà – sotto forma di notizie sui giornali, di immagini in tv – mi ripiglia a sberle in faccia. Sberle che si fa fatica a ignorare, soprattutto quando, come in questi giorni, ti arrivano le testimonianze di massacri che pensavi fossero impossibili da rivedere nel nostro mondo “civile” (sto parlando di Bucha, ovviamente, e vorrei fare un inciso: non sarebbe possibile inserire tra le fattispecie dei crimini di guerra anche la casistica “faccia come il culo”? Perché l’unica cosa che riesce quasi a sovrastare l’orrore che provo, è indignazione di fronte alle vergognose pretese delle autorità russe di rigirare la frittata).
Insomma, mi sono confrontata anche con altre amiche e amici, e ho scoperto che è un sentimento diffuso: esteriormente si continua la propria vita, si programma, si decide; interiormente si è tormentati da un senso di inutilità, di irrilevanza, di mancanza di senso. Che cosa ci sbattiamo tanto a fare, a costruire, a instaurare legami, quando da un giorno all’altro la violenza più cieca può irrompere nel tuo mondo e spazzare via tutto?
A tutto ciò cui aggiungo, tanto per cambiare, un’arte di cui sono cintura nera: quella del senso di colpa. E mi dico, tra le molte cose, che se sono riuscita a ritagliarmi due mesi dal lavoro e dagli altri impegni, allora forse sarebbe più giusto – anziché indignarmi e basta, per poi prendere la mia bici e attraversare tutta arzilla mezza Europa – dedicare questi due mesi a fare qualcosa di concreto, per esempio aiutando come volontaria qualche organizzazione umanitaria.
Ecco, quello che voglio dire è che nonostante le apparenze la vigilia di questo viaggio è decisamente tormentata. E quello che alla fine ho concluso è che forse “60×60” ha comunque un senso: perché adesso più che mai abbiamo bisogno (direttamente o per interposta persona) di cose belle, di speranza, di piaceri semplici. Di incontrare persone, vecchi amici o nuove conoscenze, per confermarci che al mondo la civiltà, l’empatia, la capacità di costruire legami sono concetti ancora integri e potenti, che rendono le nostre vite degne di essere vissute. In breve, anche questo – ho pensato – è un modo di non arrendersi alla barbarie.
Però questa cosa del “farei meglio a fare volontariato” un pochino continua a rodermi. Ragion per cui ho pensato di chiedervi aiuto, con un’idea un po’ scema e molto rètro. Chiariamo subito che non si tratta di “sostenere una buona causa” o simili: parto per il “60×60” perché mi fa piacere, perché mi voglio regalare due mesi di libertà, perché voglio spronare anche altre persone ad avere più fiducia nelle proprie capacità e di conseguenza più rispetto per se stessi. Diciamo le cose come stanno: questa idea la sto mettendo in piedi soprattutto per me, e sto chiedendo di aiutarmi a tacitare il mio senso di colpa.
Ecco quindi che cosa ho pensato: se c’è una cosa che mi piace – e che non mi succede praticamente mai – è trovare nella casella della posta una cartolina. Sì, una cartolina postale, con la foto del posto e dietro il francobollo e qualche frase scema scritta a mano da un amico. Magari arriva un mese dopo che il mittente è tornato a casa, ma chi se ne frega: quell’oggetto lì, che ha viaggiato in sacchi e scatoloni per chilometri, portando un pensiero, ha valore in sé, racconta una storia (e presumibilmente finirà a fare da segnalibro nel prossimo giallo).
Quindi, facciamo così: voi fate un’offerta di almeno 10 euro a qualche organizzazione umanitaria. Mica solo che si occupi di Ucraina, eh… le sfighe sono dappertutto e potete anche scegliere quali profughi aiutare, purtroppo c’è solo l’imbarazzo della scelta. Basta che sia una struttura seria; sicuramente ne conoscete anche voi, io per esempio vi posso segnalare Fondazione Progetto Arca o Save the Children, perché li ho visti lavorare sul campo e so quanto bravi sono, ma va bene tutto.
Fate questa offerta, vi dicevo, e poi mi mandate una mail a hello@secelhofattaio.it con il vostro indirizzo postale; e magari se volete, potete anche dirmi l’importo del vostro versamento e a favore di quale ONG. Non per un controllo, ovviamente (…non staremo mica a barare su cose del genere…), ma solo perché mi piacerebbe alla fine poter tirare un bilancio e vedere quali sono stati i risultati.
Io, dal canto mio, mi impegno a mandare a ciascuno una cartolina da uno dei posti che toccherò nel mio viaggio, rigorosamente scritta a mano e con frase personalizzata. Magari ve la troverete nella posta a settembre, ma non importa… l’importante è l’idea che c’è dietro.
Che ne dite? Mi date una mano? Dài, che possiamo fare una cosa utile facendo una cosa bella!