Eccomi quasi alla fine del mio “ritiro” di yoga: tre giorni e mezzo, a botte di cinque ore e mezza di pratica al giorno. Una vera cura intensiva resa possibile solo grazie alla bravura di Dominique, l’insegnante, che – non so come – riesce a non rendere in alcun modo noiose le nostre giornate.
Sono anche certa che questo esercizio mi farà benissimo: per me stessa in generale e per il prossimo viaggio in bici, a cui arriverò sicuramente più sciolta, più tonica e più “centrata”; e pure più sana, dal momento che da queste parti si mangia una cucina rigorosamente vegetariana e organica. Se dovessi valutare in base alla mia attuale voglia di Martini e panini alla mortadella, potrei dire di aver perso per certo almeno tre chili; temo invece che non sia successo nulla e che la bilancia al ritorno non mi darà alcuna soddisfazione, come sempre del resto.

Come già raccontavo, sono sistemata in una grande camera all’interno di un vero castello: trattamento “speciale” perché quasi tutti gli altri dormono invece nelle stanze appena ristrutturate di quella che probabilmente era un tempo la scuderia; il risultato è che mi trovo in un luogo sicuramente suggestivo ma pure un po’ sinistro, in cui aleggia uno strano odore “d’epoca” (potrei descriverlo come un mix di puzza di fumo, naftalina e cane bagnato).

Comunque, lo yoga ve lo raccomando in ogni caso: è un esercizio intenso ma non violento, mette in moto articolazioni e muscoli che neanche sapevi di avere e, come dice Dominique, è anche e soprattutto una pratica spirituale. Non a caso molte sessioni si concludono con una quarantina di minuti di Yoga Nidra in cui, sdraiata ad occhi chiusi e sotto la guida della voce dell’insegnante, vieni condotta in una sorta di meditazione-rilassamento che ti permette di entrare in contatto con una parte più autentica e profonda di te stessa.
Cioè, tutto questo in linea teorica, almeno per quanto mi riguarda: perché qui siamo in Francia e il tutto, ovviamente, si svolge nella lingua locale che (nonostante mi riempiano di complimenti) non posso dire di padroneggiare alla perfezione. Così mi trovo davanti a una scelta: o mi concentro per capire ciò che viene detto, con il risultato che il rilassamento va a farsi benedire, oppure mi rilasso, e allora la voce-guida diventa una nenia incomprensibile e indistinta che conduce fatalmente a una bella dormita. Inutile dire che in genere opto per la seconda soluzione; con l’aggravante – derivante dal fatto che siamo sdraiati a terra a pancia in su – che finisco con il russare come una motosega, disturbando il rilassamento dei miei compagni.

Comunque mi va bene, perché i partecipanti al corso (quasi tutte donne, molte delle quali oltre la cinquantina) sono un bel gruppo di persone allegre, interessanti, amichevoli: persone, insomma, che è bello conoscere. Anche se questa full-immersion nel francese, lingua che non parlo da molti anni, mi affatica non poco: sono l’unica italiana, tutti chiacchierano sparando frasi a velocità folle, e alla fine della giornata sono stanca per questo almeno quanto per lo yoga; ma è sicuramente un esercizio utile ed efficace e mi permette di spolverare memorie di molto ma o tempo fa.
Quanto al resto, la Poderosa sta bene: ce la siamo trascinata appresso, insieme alla bici della mia amica Isabelle, nella speranza di fare qualche giro per la campagna. Di fatto c’è un tempo infame, con acquazzoni continui e un freddo boia, e alla fine siamo riuscite a mettere insieme giusto una passeggiata di un’oretta e niente di più.
Ma non importa, abbiamo lo yoga che ci mantiene attive e ci tiene in forma: come dimostrano i tre quarti delle partecipanti, esili e flessuose come ballerine. La mia immagine non ne esce al meglio, in certe posizioni sembro un leone marino ammaestrato. Non importa: lo yoga, ho imparato, è anche accettazione di se stessi.
Domani, rotta su Ginevra per poi caricarmi insieme alla Poderosa su un treno per Milano. A presto!
