Sono rimasta indietro di un giro: non ho raccontato niente dei miei due ultimi weekend, nonostante di cose da raccontare ce ne fossero, eccome.
In realtà, attraverso i social avevo già parlato del convegno del 17 ottobre, quando ancora l’emergenza Covid era un po’ meno emergenza, e le norme di buon comportamento erano un po’ meno stringenti. Il che ha consentito di organizzare un convegno “in presenza” – peraltro con precauzioni super-accurate – seguito da un pomeriggio di pedalata attraverso la campagna che circonda Morimondo. Già, perché il tutto era realizzato in quel posto un po’ magico che è Cascina Caremma, un luogo a due passi da Milano (ci si arriva in bici in poco più di due ore, e in macchina in meno di un’ora) che si autodefinisce “agriturismo” ma in realtà è molto di più: un’azienda di produzione agricola bio di assoluta eccellenza (c’è persino un percorso agroambientale per scoprire con l’aiuto di pannelli interattivi tutte le informazioni sull’ambiente e sulle coltivazioni); un albergo con una splendida spa; un ristorante strepitoso che serve prodotti a km zero. Insomma, se non lo conoscete segnatevelo, perché vale la pena di una visita.

Ma stavo parlando del convegno: il titolo era ““Pedalando fra Ticino e Naviglio, le vie del cicloturismo territoriale”. Insieme a me c’erano i rappresentanti di Regione Lombardia e Rita Sozzi (più famosa come Una volpe a pedali); e a moderare tutto c’era Paola Piacentini, quella di “Cosa ne bici?” su Radio Popolare. Si sono dette parecchie cose interessanti: pare che ne abbia detta qualcuna anch’io, almeno per quanto ha scritto Chiara Pelissero nel suo articolo per la rivista online “Sensi del Viaggio”.

Il sugo, comunque, sempre quello è: viaggiare in bicicletta è un modo straordinario per conoscere il territorio e accumulare esperienze; è un tipo di attività che è a portata di moltissime persone, e non àmbito esclusivo di gente giovane, supersportiva e amante delle scomodità; la ricchezza di ambienti e panorami all’interno della Lombardia, a due passi da casa, è straordinaria (quest’ultimo aspetto, aggiungo io, è espresso in questo modo perché il convegno si svolgeva a due passi da Milano, ma sarebbe applicabile a qualunque regione italiana).
Quindi, convinta dalle mie stesse parole, ieri insieme a Consuelo (già mia compagna di pedalata l’estate scorsa lungo la Via Francisca del Lucomagno) abbiamo deciso di farci una passeggiatina puntando a sud, seguendo il Cammino dei Monaci: quello, per intenderci, che non ero riuscita a fare nell’agosto scorso causa stanchezza e caldo eccessivo. La curiosità ovviamente era rimasta, e così ci siamo dette: “facciamone un pezzetto, giusto per vedere com’è”… Poi – mannaggia a noi – l’entusiasmo ha preso il sopravvento, e ci siamo ritrovate a bere un aperitivo nella piazza di Borghetto Lodigiano, a più di 50 km da casa, senza tenere conto che poi da lì dovevamo comunque ritornare. Risultato: 107 km di giro, tra l’altro fatto a ritmi abbastanza sostenuti per evitare il buio della prima domenica di ora solare, e una stanchezza cosmica.
Ma sono davvero contenta di averlo fatto, anche se oggi ho un male alle braccia e alle spalle che mi sembra di aver sollevato bauli per tutto il giorno: evidentemente non sono molto abituata agli sterrati e alle vibrazioni sul manubrio… ma vabbè, ne valeva la pena. Anche perché temo che non farò molte altre uscite in bici, nel prossimo futuro: un po’ per il meteo, dato che non ho una gran voglia di pedalare con il freddo e soprattutto con la pioggia; e un po’ anche per questa situazione di emergenza sanitaria, che non sappiamo come evolverà e che – speriamo di no, ma qualche probabilità purtroppo c’è – potrebbe riportarci indietro di un semestre.
Ieri quindi ci siamo concesse una sorta di gran finale di stagione: tra le varie scoperte che ho fatto, c’è che questo percorso (trovate indicazioni e tracce gps sull’app “Cammini di Lombardia”, gratuita e con parecchi itinerari molto interessanti) parte dal centro di Milano, per la precisione da Sant’Eustorgio. E già da Piazza Medaglie d’Oro c’è una comoda ciclabile che ti porta tranquillamente fuori città, attraverso il parco della Vettabbia (altra bella sorpresa) fino a Chiaravalle e poi attraverso i tipici panorami e paesi della campagna lombarda. Luoghi che ieri, avvolti da un velo di nebbia, risultavano più suggestivi che mai (a onor del vero, per un certo tratto la suggestione del panorama è stata relativa perché la nebbia era talmente fitta che sembrava di pedalare nell’ovatta, ma vabbè).

In pratica, almeno per quanto mi riguarda si è trattato di un giro attraverso luoghi con nomi notissimi (in genere collegati a uscite autostradali) ma di fatto totalmente ignoti: Melegnano, Tavazzano, Lodi Vecchio, l’Abbazia di Chiaravalle (questa almeno la conoscevo) e quella di Viboldone.
Quest’ultima è, a quanto ho potuto vedere, davvero spettacolare. Peccato che sia presidiata da un’arcigna beghina (non saprei come altro definirla) che difende la verginità dei luoghi con un accanimento degno di miglior causa. Perché è evidente che le norme anticontagio non permettano l’accesso a vaste comitive di visitatori; è un po’ meno evidente che non si riesca neppure a organizzare degli accessi contingentati e programmati, come avviene in molti altri siti di interesse turistico-culturale; ma che si impedisca a due povere deficienti – unici esseri umani presenti alle 9 del mattino in un raggio di alcuni chilometri – di GUARDARE a distanza, mi sembra veramente un po’ eccessivo.

Eppure la cosa è andata così: mentre ci affacciavamo al cancello del complesso, in quel momento aperto, è saltata fuori una specie di Signorina Rottermeier di buona memoria con cui abbiamo dato vita alla surreale conversazione:
“Non potete stare qui, è chiuso”
“Ah, certo. Ci scusi, ma avevamo trovato aperto il cancello. Ci sono degli orari di apertura?”
“NO.”
“Ah. Hem.. Ma riaprirà, prima o poi?”
“NO.”
“Vabbè. Allora guardiamo da qui, quello almeno si potrà?”
“NO.”

Ora, io non pretendo che l’Abbazia di Viboldone ti accolga a braccia aperte. Ma stiamo parlando di “uno dei più importanti complessi medievali della Lombardia per la bellezza della sua architettura e dei suoi affreschi trecenteschi”: che è attualmente ermeticamente serrato ai visitatori e non ammirabile neppure dall’esterno, a distanza (il cancello è un po’ di sbieco rispetto alla facciata, quindi se non entri almeno nel piazzale non vedi nulla); e che oltretutto ha piazzato come buttafuori uno degli esseri più antipatici e ostili che mi sia capitato di incontrare. Beh, tutto questo mi sembra una contraddizione rispetto agli intenti di valorizzazione delle eccellenze turistiche della Regione Lombardia. E mi sembra anche un notevole spreco di denaro, considerato che – a quanto si riesce faticosamente a scorgere prima di venir ricacciate indietro – il complesso è stato sottoposto a un eccellente lavoro di restauro, sicuramente costato fior di quattrini: che però nessuno si può godere, a parte forse i pochi eletti ammessi alle celebrazioni liturgiche.
Meno male che Viboldone non è certo l’unica attrattiva del percorso: ci sono i campi che si perdono all’infinito, bordati da file di pioppi all’orizzonte; ci sono le immense cascine in mattoni rossi, veri e propri micromondi provenienti da un’epoca passata; ci sono borghi a pochi km dall’autostrada e dai grandi centri commerciali, dove sembra che il tempo si sia fermato; ci sono paesi con chiese antiche, ci sono castelli (quello di Melegnano, per esempio), ci sono vecchie osterie riconvertite in ristoranti eleganti e piccoli bar rimasti agli anni ’50, con il bancone in acciaio e finto legno e il biliardo che occupa gran parte della sala. E ti sembra di essere molto lontana da casa, anche se magari sei partita solo da un paio d’ore.
Dài, che anche stavolta vi ho fatto venire voglia di mollare tutto e andare a farvi un mini-viaggio…
