
Znojmo te la devi guadagnare. Questa bella cittadina vegliata da un antico castello e ricca di memorie storiche, infatti, è costruita su uno sperone che sovrasta il corso del fiume (il solito Thaya/Dyje): per cui, una volta che ti ci trovi, offre un panorama spettacolare. Per arrivarci però, se come noi percorri la ciclovia della Cortina di Ferro (o EuroVelo 13), devi scendere quasi a filo d’acqua, attraversare un ponte e poi inerpicarti per una salita massacrante. Anzi, la scelta è tra una salita lunga e massacrante e una più breve, ma praticamente impossibile da pedalare e che ti costringe a spingere la bici a mano.
Sarei molto più lamentosa se, come lo scorso anno, fossi in sella a una qualsiasi bici “muscolare”; ma per fortuna quest’anno, in un momento di autobenevolenza, ho scelto l’opzione “pedalata assistita”, e mai decisione fu più azeccata: la mia biciclettona nera a scavalco basso, che nulla concede all’estetica e che si presenta come il tipico mezzo della vecchietta che va a fare la spesa, in realtà sta svolgendo il suo compito alla perfezione e mi consente di arrivare alla fine delle tappe decisamente fresca e riposata. Il che, considerando che sono in viaggio per lavoro, è un vantaggio da non sottovalutare.
Ma torniamo a Znojmo, punto di arrivo della tappa di oggi. La città, dicevo, è estremamente suggestiva, ed è una sorta di capitale della zona di vigneti che la circonda. E questo ci porta diritti a un’altra ricompensa per essere riusciti a scalare la pendenza che porta al centro storico: a pochi metri dal castello c’è una delle enoteche più belle e divertenti che mi sia mai capitato di vedere. Il meccanismo è questo: alla cassa, carichi una tessera magnetica con un certo numero di “assaggi”, poi ti munisci di una piccola guida-elenco e ti inoltri in due grandi e accoglienti saloni tappezzati da distributori con centinaia di bottiglie di vino prodotte nel territorio: così scegli (con cognizione di causa o nel mio caso un po’ a casaccio, basandoti sulla bellezza dell’etichetta o sulla piacevolezza del nome) , avvicini la tessera e ti fai versare un calice di assaggio. Procedura che si ripete ad libitum, o quantomeno fino all’esaurimento del credito, lasciandoti soddisfatta, un po’ confusa e decisamente più allegra di prima.
Per completare il racconto della tappa di oggi (una cinquantina di km con diverse salite tutt’altro che trascurabili e vari tratti di sterrato), dopo la partenza da Vranov nad Dyjí ci siamo inoltrati nel parco nazionale; anzi, “nei” parchi nazionali: il Národní Park Podyji dal lato ceco, e il Nationalpark Thayataldal lato austriaco. Grandi foreste, strade che – come una cerniera – costituiscono esse stesse la linea di confine, bunker della seconda guerra mondiale come quello di Satov, strade tranquille e prive di traffico ma soprattutto, a un certo punto del percorso, l’apparizione dei primi grandi vigneti che ricoprono le colline – in particolare nella zona di Šobes – e che creano una zona vinicola di assoluta eccellenza. Così si incrociano piccoli paesi sulle cui vie si affacciano le cantine dei produttori locali; alcune più piccole e dall’aria tradizionale, altre più grandi e moderne, altre ancora, invece, in posizione panoramica tra le colline e completate da prestigiosi ristoranti dall’elegante design (se vi trovate da queste parti, la cantina “Thaya” ad Havraníky è un nome da segnare).
Sempre per rimanere in tema di bevande alcoliche, approfitto di un momento di tranquillità per segnalare alcune curiosità che ho appena scoperto sull’incontrastata gloria nazionale, la birra. Che, in effetti, è sempre eccellente e disponibile in una quantità di versioni, dalle più tradizionali alle più elaborate. Quello che ignoravo è che, oltre al tipo di birra, c’è anche una serie di rigorosissime regole che riguardano la spillatura e il modo di servire la bevanda. Partiamo dal fatto che, per gli intenditori locali, una birra con poca schiuma è guardata con grande sospetto e considerata “non fresca” (non nel senso della temperatura, in quello di “un po’ passata”). Data quindi per scontata l’esistenza di una bella schiuma densa, nei locali più specializzati è poi possibile richiedere versioni differenti, ciascuna con un suo specifico nome. “Hladinka”, per esempio, che significa “superficie”, è il classico boccale da mezzo litro sovrastato da tre dita di schiuma. Se però chiedete invece uno “snyt” vi troverete lo stesso bicchierone riempito per circa in terzo di birra e per il resto di schiuma. Fino ad arrivare al “mliko”, che significa latte e che consiste invece in un quantitativo minimo di birra e un boccale riempito interamente di densa schiuma bianca. Insomma, sulla birra da queste parti non si scherza: spero mi sarete grati di questo piccolo educational, che vi permetterà di effettuare ordinazioni come veri esperti.
Dal canto mio, avendo dovuto testare sul campo l’oggetto delle spiegazioni, credo sia venuto il momento di battere onorevolmente in ritirata.
Domani il percorso continua, a quanto mi dicono su territori più pianeggianti, in direzione est: si va verso la Slovacchia, sempre seguendo quel vecchio confine tra occidente e blocco sovietico, oggi completamente diluito in un bellissimo e rilassante continuum tra diversi Paesi europei.
