Ci sono le gite, e poi ci sono i viaggi. La lunghezza del percorso c’entra solo relativamente. La gite, per come la vedo io, sono tranquille passeggiate in luoghi piacevoli: si conoscono posti nuovi o se ne ritrovano di conosciuti, si esce di casa, ci si rilassa e ci si diverte. I viaggi, invece, portano con sé molto di più: esperienze, imprevisti, incontri, stimoli, scoperte, idee. Non sono sempre comodi, i viaggi, e molto spesso non vanno esattamente come si era pensato; ma – a differenza delle gite – ti lasciano sempre qualcosa e non si fanno dimenticare.

Certo, se l’itinerario è lungo, se i luoghi sono remoti e diversi da quelli che si è abituati a frequentare, se l’approccio con cui si parte è aperto e curioso a nuove esperienze, le probabilità che si tratti di un viaggio e non di una gita si moltiplicano; ma non è una regola ferrea. Ogni volta che si parte si va incontro a qualcosa che ci potrà in parte assomigliare, ma che comunque avrà una sua vita e un suo sviluppo, indipendentemente da come lo impostiamo, lo progettiamo e lo desideriamo (un po’ come i figli, del resto, ma questa è un’altra storia).
A volte viaggi lunghi in destinazioni esotiche si rivelano essere poco più di un’enorme gita; ma vale anche il contrario, per fortuna: se si è fortunati, anche quella che inizia come la gitarella di una giornata si rivela – seppure in un lasso di tempo brevissimo – una bellissima esperienza di viaggio.
È quello che mi è successo domenica scorsa, quando, nel tentativo di abituarmi un minimo a pedalare (o quantomeno a stare seduta sul sellino), sono sgattaiolata sola soletta fuori casa in sella alla Poderosa alle otto e mezza del mattino e mi sono incamminata lungo il Naviglio Grande.
In un’ottantina di chilometri, tutti su bellissime piste ciclabili, ho raggiunto Abbiategrasso, ho piegato verso nord-ovest seguendo il canale Villoresi, ho costeggiato il Ticino e sono arrivata a Sesto Calende, da dove sono rientrata in treno.
Un itinerario che, raccontato così, sembra un giretto banale; invece ho scoperto paesi e panorami spettacolari, ricchi di storia e di suggestioni. Un nome per tutti, le dighe del Panperduto: uno degli snodi idraulici più importanti della Lombardia, inaugurato nel 1884, dove parte delle acque del Ticino vengono deviate per formare due canali, il Villoresi e l’Industriale. C’è anche l’antico casello di guardianìa idraulica, elegante costruzione del 1884 che tre anni fa è stata completamente restaurata e oggi accoglie un bar-ristorante con tavolini all’aperto e soprattutto un bellissimo ostello aperto tutto l’anno. Un posto che merita una visita, datemi retta.

Arrivarci, comunque, non è stato facile, dal momento che a una quarantina di chilometri da casa sono stata fermata da un problema tecnico: si era svitato il bullone che fissa il portapacchi e tutto l’ambaradan strisciava sulla ruota posteriore. Non era certo un problema meccanico molto complesso, ma dal momento che avevo lasciato a casa il multiattrezzo (“ma cosa vuoi che succeda…”) non era neanche semplicissimo da risolvere; alla fine, in qualche modo, sono riuscita a bloccare provvisoriamente il supporto, non senza parecchie maledizioni.
E anche con qualche amara considerazione sulla disponibilità media del “ciclista della domenica”. Ce ne sono parecchi, la domenica mattina, lungo il naviglio: bici da corsa, casco aerodinamico, tutina multiscritta stile Peter Sagan, occhiale aggressivo e pedalata furibonda, sfrecciano a velocità ragguardevoli, agguerriti e concentrati, trattando come un enorme fastidio chiunque – pedone o ciclista “da passeggio”- non stia ai margini della pista e sia in qualche modo di intralcio al loro serissimo allenamento.

Viene da pensare che sia quella la loro professione, ma francamente ne dubito: a quanto ho visto, è più facile che siano impiegati in fuga dalla famiglia o avvocati che combattono la crisi dei cinquant’anni. Inutile dire che l’ultima cosa che pensano soggetti del genere, se vedono una ciclista che armeggia affannosamente con la bici appoggiata a terra a bordo strada, è quella di fermarsi per cercare di dare una mano: non sia mai che la loro preparazione atletica ne risenta… Ma non importa, la “magia del cammino” si rivela efficace anche in questi casi: dopo pochi chilometri, a Boffalora, per fortuna ho trovato DoctorBike, una fantastica officina ciclistica super attrezzata e super efficiente, dove mi hanno risolto il problema in un batter d’occhio.
Questo mi ha consentito di procedere baldanzosa per la mia strada e di fare uno degli incontri più memorabili e, come direbbero gli americani, “inspirational” degli ultimi anni: quello con France. Questa signora, canadese di Vancouver, che ho affiancato incuriosita dalla sua bici e dal suo carico, mi ha raccontato un po’ della sua storia. France non è mai andata in bicicletta, se non per spostarsi da casa al lavoro, fino a una decina di anni fa. A quel punto ha capito che la cosa che più desiderava fare era viaggiare, e che la bicicletta era uno dei mezzi più divertenti e comodi, oltre che economici, e così è partita, da sola, per il mondo, portando con sé tenda e sacco a pelo “perchè così sono più libera di muovermi: se c’è un campeggio, bene. Altrimenti monto la mia tendina dove capita”.

In questo modo ha esplorato i Paesi più pazzeschi, dal Giappone alle isole Lofoten, dal Portogallo al Sud America, senza trascurare ovviamente i grandi spazi di casa sua, in Canada. Ora arrivava dritta dritta dal Sud Africa e aveva in programma un lunghissimo giro intorno al Mediterraneo prima di raggiungere a fine giugno Parigi, dove l’aspetta un volo per casa. Già perché, con suo sommo disappunto, la durata massima consecutiva dei suoi viaggi non può essere maggiore di sette mesi, per non perdere il diritto all’assistenza sanitaria nel suo Paese. Ma l’indomita France ha già in mente nuove destinazioni, appena trascorso il tempo minimo di permanenza a casa: probabilmente la Nuova Zelanda.
Fantastico, vero? Manca però il dettaglio più significativo: France è un’ex insegnante in pensione, è nonna di un bambino di tre anni e ha 72 anni compiuti. Ha affittato il suo appartamento di Vancouver e quando rientra, se non trova altre soluzioni, va a dormire in ostello, al YWCA (“perchè una soluzione si trova sempre, e spesso è molto semplice”); a volte, mi ha confessato, le mancano un po’ la figlia e il nipotino, ma poi pensa che è giusto che ognuno abbia la sua vita e faccia ciò che ama di più, e che ci si può volere bene anche a distanza.
Pedala su una buffa bici “da viaggio” adattata specificamente per lei e indossa un golfino di lana shetland con i bottoni come quelli che mettevo alle medie, racconta i suoi viaggi e le sue esperienze con un entusiasmo da ragazzina e con una semplicità sconcertante, spiega come, viaggiando da soli in bicicletta, sia facile conoscere persone ed entrare in sintonia con loro. E, con mio grande compiacimento, ha trovato il motto “se ce l’ho fatta io” (“even I managed to pull it off”) perfettamente calzante con la sua filosofia di vita. Ci siamo date appuntamento a Vancouver, prima o poi, per raccontarci ancora un po’ delle nostre vite.
Poi sono ripartita, con un’energia e un entusiasmo moltiplicato per dieci. Ma queste sono cose che chi pedala a testa bassa guardando il contachilometri non avrà mai modo di apprezzare.
