Sbrighiamo subito le formalità tecniche: tappa di oggi (la quarta), dal Passo della Futa a San Piero a Sieve, 21 km per 360 metri di dislivello positivo.

Sulla carta doveva essere una tappa facile, di alleggerimento. Non avevamo considerato però un paio di cose: la prima che i metri di dislivello negativo (ossia le discese) erano tantissimi, e anche la discesa – soprattutto se ripida e sconnessa – può essere parecchio faticosa, facendoti scoprire dolorosamente una serie di muscoli e articolazioni che neanche sapevi esistessero. La seconda è che il caldo continua a picchiare come un martello, tanto più forte quanto più si scende di quota e ci si trova a camminare per km sull’asfalto, sotto un sole rovente e senza un filo d’ombra per miglia e miglia. Il nostro arrivo a San Piero a Sieve, nella calura delle tre del pomeriggio, assomigliava un po’ alla scena di “Mezzogiorno di fuoco”: quattro stranieri impolverati che avanzano per le vie di un paese addormentato e deserto, in cui le ombre cadono a picco dai palazzi e il caldo si alza dal terreno in vortici quasi tangibili. Con la differenza che, invece di avanzare grintosi e silenziosi come pistoleri, il nostro incedere era intervallato dalle mie imprecazioni (“non ne posso più!”, “ma quanto è grande ‘sto paese, come Città del Messico?”, i miei piedi stanno per esplodere!”, “ma dove cxxxo è il B&b???”).

Vabbè, comunque alla fine siamo qui, nel centro del paese (nel grazioso B&b La Pieve), e dopo una doccia, una mezz’ora con i piedi in alto e un imbarazzante quantitativo di birra, le cose vanno molto meglio.
Anche perché, al netto della fatica, anche quello di oggi è stato un percorso spettacolare: boschi di faggi immensi ed evocativi come cattedrali, lunghi crinali affacciati sulle morbide vallate del tipico paesaggio toscano, e soprattutto una spettacolare, lunga discesa di vari km in un vero e proprio tunnel di enormi piante di ginestra: le foto rendono solo in minima parte l’effetto complessivo, a cui si deve aggiungere un profumo intenso e avvolgente. Davvero un’esperienza multisensoriale.
Venendo ora alle questioni più spicciole, il nostro gruppetto procede allegramente, all’insegna di una felice demenzialitá che non accenna a calare, anzi: i discorsi – complice la scarsa lucidità dettata dalla stanchezza – si fanno sempre più surreali e riferiti a un gergo interno ormai incomprensibile ai più.
Inoltre, come in tutti i viaggi che si rispettino, siamo ormai arrivati a quel momento fatale in cui gli argomenti di conversazione iniziano a gravitare intorno a un argomento principe: l’attività intestinale dei vari componenti del gruppo. Ora, io sono in possesso di un filmato altamente compromettente, che ho promesso di non divulgare, in cui due membri del “Fuori Tempo Massimo” (i cui nomi non rivelerò; dico solo, come indicazione generica, che sono due maschi) si esibiscono mostrando una particolare tecnica per l’eliminazione dei gas intestinali; attività in cui giocano, come fattori decisivi, un buon grado di coordinazione e di spirito di corpo.


Insomma, se il nostro proposito era quello di regredire all’età felice della stupidera, ci stiamo riuscendo benissimo.
Domani ci aspetta quella che viene considerata la più impegnativa delle tappe del cammino. Considerato quanto sono devastata dopo la tappa “facile”, mi domando in che condizioni sarò domani a quest’ora. Se non vedete un nuovo post entro un ragionevole orario mandate i cani a cercarmi, potrei essere addormentata sotto un cespuglio. Tanto, con quel che puzzano le mie scarpe, mi troveranno senza problemi in un battibaleno.
