Oggi giornata da “vera” turista: la Shwedagon Pagoda, ossia la maggiore attrazione di Yangon: una delle più grandi pagode di tutto il mondo e anche una delle più ricche, con una copertura interamente in oro zecchino (parecchie tonnellate) e una guglia principale tempestata di pietre preziose di tutti i tipi, a profusione. Anche se, a dire la verità, di turisti occidentali ce n’erano davvero pochi: oltre a me ho incrociato solo una coppia di signore inglesi; per il resto la pagoda più che altro sembra una meta prescelta dai locali: famiglie, ragazzi, scolaresche, gruppi di monaci buddisti di tutte le età. Più che una pagoda è un’area grande come un intero quartiere cittadino, in cui attorno alla cupola centrale sorgono templi, tempietti e statue del Buddha di tutte le dimensioni (c’è persino un tempio che custodisce orgogliosamente “la replica della reliquia di un dente del Buddha”) e in cui riti e cerimonie si mescolano e si intrecciano, a volte confondendosi – un po’ come succede da noi, del resto – con rituali più simili alla superstizione che alla religione. Ovviamente ho fatto anch’io la mia parte, individuando il Buddha dedicato al sabato, mio giorno di nascita, e versandogli sulla testa alcuni bicchieri d’acqua; avrebbero dovuto essere tanti quanti i miei anni, ma non avevo nessuna voglia di fare notte annaffiando una statua. Come sempre i grandi complessi monumentali hanno scarsissima presa su di me; ma devo dire che questa pagoda ha un’imponenza davvero straordinaria e il fatto di essere vissuta non come attrazione turistica, ma come parte integrante della vita locale, la rende davvero interessante.
Di tutt’altro genere il surreale museo che ho avuto la balorda idea di visitare nel pomeriggio (in realtà già sapevo a cosa andavo incontro, e la curiosità ha avuto la meglio): il Drug Elimination Museum. Un enorme palazzone in una zona defilata (il taxista non aveva idea di dove fosse, e anche Googlemaps ha fatto cilecca un paio di volte) in cui si spiegano i pericoli dell’uso delle droghe e si presentano i successi governativi (leggi: militari) nella lotta a questo fenomeno. Il tutto con un linguaggio e una serie di strumenti “interattivi” talmente rudimentali, retorici e mal realizzati da rendere la visita un’esperienza assolutamente esilarante: un lungo viaggio nella penombra, tra diorami a grandezza naturale di “drogati” (pupazzi emaciati con la sigaretta in bocca) e murales smisurati di generali che marciano trionfanti alla guida di grupponi di persone felici e soddisfatte. C’è anche un percorso nel buio in stile “casa degli orrori” anni 50, in cui se schiacci un bottone si accendono luci rosse e da una scatola esce un artiglio peloso (metafora della droga, suppongo) che si protende verso di te: talmente improbabile che rimanere seri non era assolutamente possibile. Ridevo come una scema, da sola (non solo nel senso che non avevo amici con me, proprio nel senso che ero l’unica visitatrice in tutti i tre piani, il che aggiungeva un ulteriore elemento surreale all’insieme).
Comunque i miei giorni a Yangon stanno per finire: domani arrivano gli amici Giorgio e Cristina e dopodomani mattina si parte per il Laos. A presto!!
