
Anche il telefono alla fine si è arreso: dopo due giorni di frenetica attività, si è evidentemente stufato di notificarmi ogni mezz’ora le tariffe di Austria e Cechia alternate: deve aver pensato che sono diventata scema e mi ha abbandonato al mio destino rifiutandosi di aggiornarmi sul nuovo Paese visitato. Ma, in effetti, devo confessare che anche oggi ho perso il conto degli innumerevoli passaggi di frontiera, nel continuo zig zag dell’Eurovelo 13 lungo il vecchio tracciato della cortina di ferro; d’altro canto, le differenze (di ambiente, paesaggio, architettura) tra le due parti sono praticamente inesistenti, e per ricordarmi in quale nazione mi trovo sono costretta a fare riferimento alle targhe delle automobili o alla lingua dei cartelli pubblicitari.
Tappa lunghetta, quella di oggi, anche se con dislivelli più contenuti: circa 85 km da Znojmo a Mikulov (con l’accento sulla i), attraverso un percorso misto (ciclabili e strade in condivisione con le auto, asfalto e fondo sterrato) senza particolari elementi degni di nota, ma nel complesso piacevole e rilassante.
Anche se, in realtà, una cosa degna di nota c’è, eccome: la sorpresa di trovarsi in un paesaggio inaspettatamente simile ai nostri, tra morbide colline coperte di vigneti costellate da piccoli paesi. Ben diverso, insomma, dallo stereotipo di “paese dell’est” verso cui ci porta una certa pigrizia mentale. Vigneti, dicevo, a cui corrisponde tutto l’armamentario di una regione vinicola di solida tradizione: piccole cantine e aziende vinicole sparse sul territorio, e la scoperta che non è solo la birra ad essere un’eccellenza locale, ma ci sono anche un gran numero di etichette assolutamente degne di nota.
Altra cosa che si scopre gironzolando da queste parti è la quantità di vicende storiche che hanno visto la Cechia in primo piano e che hanno lasciato memorie che neppure i lunghi decenni di isolamento sovietico sono stati in grado di cancellare. Per esempio Mikulov, dove dormo questa sera, è una cittadina minuscola e molto elegante, considerata insieme a Znojmo la capitale vincola dell’intera nazione; al di sopra del centro si trova un grande castello che, a quanto pare, per la sua posizione defilata ha anche ospitato nel 1866 gran parte delle trattative e negoziazioni che hanno condotto al Trattato di Vienna (ma effettivamente sarebbe suonato molto peggio come “Trattato di Mikulov”). Le piccole dimensioni della città non rendono giustizia alla sua lunga storia, che l’hanno vista in passato come centro di primaria importanza politico-economica, nonché una delle principali comunità ebraiche del Paese fino all’inizio della seconda guerra mondiale. È proprio nel vecchio quartiere ebraico, restaurato e tirato a lucido, che dormo questa notte, in un albergo che mi sento di segnalarvi: il Boutique Hotel Templ, ricavato dalla antica casa di un eminente esponente della comunità, ora ristrutturata con grande attenzione alle strutture originali. Non il rabbino, che aveva casa poco più avanti sulla via, ma qualcuno di cui non sono riuscita ad afferrare titolo o ruolo, ma che era tanto importante da avere all’interno della casa un grande locale in legno, soppalcato e affrescato, adibito alla preghiera (avrà anche un nome, ma sull’ebraismo sono ancora più ignorante che in molti altri campi); un ambiente affascinante, affacciato su un cortile interno ornato tra tralci di vite, dove oggi si serve la sontuosa prima colazione.
Perché l’altra caratteristica del posto è che a dirigere il tutto – e in particolare il ristorante dell’albergo – c’è uno dei più noti chef di Cechia e Slovacchia, un certo Marcel Ihnačák, star televisiva e allievo a Londra di Jamie Oliver. Ma non aspettatevi la figura accigliata e supponente a cui ci hanno abituato molti chef nostrani: questo slovacco da molti anni trapiantato in una remota cittadina della Cechia è un personaggio notevole e ciarliero, che ti accoglie raccontando a raffica del suo locale e che quando scopre che sei italiana ti trascina in cucina per mostrarti con orgoglio la sua macchina professionale Imperia per stendere la sfoglia. Il risultato è che questa sera, in un luogo non troppo lontano dal centro dell’Europa, mi sono sbafata con soddisfazione un notevole e gigantesco piatto di tagliatelle fatte in casa. Che dopo un giorno sui pedali, sia pur “assistiti” sono sempre un bel toccasana.
