Doveva essere la tappa infernale, quella che sapevo essere la più dura e faticosa dell’intero percorso, e si è trasformata in una piacevole giornata di relax. Tutto grazie a un piccolo colpo di mano e alla decisione di non sottostare a regole inesistenti e autoimposte. In altre parole, e più semplicemente: abbiamo preso il treno.
Non per molto, intendiamoci: una ventina di minuti scarsi, quanto basta per superare il tratto più faticoso e al tempo stesso demenziale del percorso del giorno. Perché non si trattava di una difficoltà legata alla distanza, o al fatto di dover superare un rilievo montuoso o qualche altra componente orografica (in quel caso farebbe parte del gioco, sarebbe un elemento del cammino), ma di una deviazione – rimasta immutata negli ultimi 7 anni – dettata da fattori pratici e dal fatto che le biciclette sono ancora tenacemente viste come utenti di serie B della rete stradale.
Ma meglio se vi racconto la tappa per intero: che è iniziata a un paio di km dal passo della Cisa, che abbiamo raggiunto di primo mattino e con una certa soddisfazione. Scavalcare l’Appennino con le proprie gambe ti regala comunque una sensazione di orgoglio, con l’inevitabile contorno di festeggiamenti e foto di rito. A cui si somma il piacere assoluto della lunghissima discesa fino a Pontremoli, su un asfalto liscio come il velluto, su una strada finalmente deserta anche dei rombanti motociclisti della domenica: puoi così goderti, insieme alle luci e ai colori – che hanno già tonalità differenti rispetto al versante nord – anche il silenzio e i suoni ovattati che arrivano dai boschi che ti circondano. Insomma, una vera goduria, conclusa in gloria con un caffè e focaccia nella tipica e suggestiva piazzetta centrale di Pontremoli.
Da qui il percorso riparte, prima su una provinciale un po’ più frequentata, poi inoltrandosi a mezza costa su una stradina remota e immersa nel verde (e anche teoricamente chiusa a causa di una frana, che però in bici è superabile senza problemi) che attraversa il piccolo e curatissimo borgo di Lusuolo sovrastato dal suo castello, per scendere infine ad Aulla.
E qui, davanti a un piatto di panigacci (se non sapere cosa sono vi consiglio di venire da queste parti a provarli) ho valutato quello che ci aspettava per raggiungere Sarzana. Cittadina che, in condizioni “normali” (leggi: “in auto”) dista da Aulla una ventina di km di falsopiano in discesa, seguendo il corso del fiume Magra. Peccato però che la strada statale sia strettissima, chiusa tra un terrapieno e un muraglione, piena di curve cieche e molto trafficata: davvero troppo pericolosa da percorrere in bicicletta. E allora che cosa devono fare i ciclisti? L’unica soluzione è un bel dètour verso l’interno: infilarsi su una stradina laterale in direzione di Ponzanello e affrontare una salita di 530 metri di dislivello su una decina di km, senza neppure uno straccio di paese o di fontana a cui fare pausa. Se non si è dei veri atleti, e se alla bici sono attaccati vari kg di borsoni da viaggio, questo significa in pratica spingere a mano per quasi tutto il tratto: cosa che Annita e io ricordiamo perfettamente di aver fatto nel viaggio precedente, con una fatica davvero devastante, e neanche ripagata dalla particolare spettacolarità del percorso.

Insomma, quando mi sono accorta che da lì a un’ora sarebbe passato un treno regionale che in meno di mezz’ora sarebbe arrivato dritto a Sarzana, ho concluso che davvero non aveva senso soffrire; e i miei compagni di viaggio sono stati pienamente d’accordo con me.
Così, arrivati a metà pomeriggio alla stazione di Sarzana, ci siamo goduti con calma la città, che è davvero un piccolo gioiello. Ho persino fatto in tempo a risolvere un problema che mi stava assillando dal primo giorno, comprando un nuovo paio di scarpe per pedalare; il vecchissimo paio che avevo, dopo essersi bagnate sotto il diluvio in Valle D’Aosta, avevano infatti iniziato a puzzare in modo intollerabile e senza possibilità di rimedio. E vi assicuro che girare con un paio di talpe morte ai piedi non è una bella sensazione.
Morale della giornata: elasticità batte testardaggine 10 a 0. Per come la vedo io, si viaggia per piacere, per conoscere, per emozionarsi, per scoprire, e non per dimostrare qualcosa a chicchessia o per stabilire qualche tipo di performance. E ben venga anche il treno, se la situazione lo consiglia e se è l’opzione più efficace.
Certo, viene da pensare che questo evidente collo di bottiglia della tratta Aulla-Sarzana sia tale non solo per noi, ma per tutti quelli che percorrono il cammino: e visto che dal punto di vista “commerciale” (ostelli, b&b, punti di appoggio, convenzioni, gadget…) la Via Francigena sta crescendo con decisione, forse sarebbe il caso di decidersi anche a investirci sopra, spendendo qualcosa per eliminare le maggiori criticità dell’itinerario con qualche intervento di sostanza e non solo di marketing. Tanto più che, stando a quanto ci diceva in treno un ferroviere appassionato di bici, ci sarebbe già il vecchio tracciato ferroviario dismesso da poter utilizzare.
Per ora è tutto dalla Liguria, nostra sesta regione. Il nostro piccolo gruppo di pantere grigie a pedali prosegue giulivo, tra chiacchiere e intervalli gastronomici. Domani si punta a sud, di nuovo in Toscana; la metà del percorso è ormai superata, e Roma, per quanto lontana, comincia a sembrare un po’ meno irreale. A presto!!
