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SE CE L'HO FATTA IO

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Un abbraccio a metà

30 maggio 2020 By Monica Nanetti

Non so a voi, ma a me questo periodo di lockdown non ha fatto proprio benissimo. Certo, per essere lombarda non ho di che lamentarmi, toccando ferro: né io, né alcuna delle persone a me care sono state vittima del Covid 19, e questo è più che sufficiente per ritenersi soddisfatte.

Fatta questa doverosa premessa, però, devo dire che sto subendo parecchio, e da vari punti di vista, gli effetti della clausura e del bombardamento di notizie ansiogene che l’hanno accompagnata. In primo luogo dal punto di vista fisico: ingrassata, imbolsita, molliccia, con una capigliatura molto discutibile, sono decisamente un relitto rispetto al febbraio scorso (e anche allora non ero granché, quindi figuriamoci…).

Comunque, quello è il problema minore, che si risolve con un po’ di tempo, di buona volontà e parecchia fame. Quello che mi sta creando davvero problemi è il risvolto psicologico della faccenda, che sta rivelandosi decisamente pesante. Perché, oltre a restare come tutti tappata in casa, oltre ad avere in sovrappiù le finestre bloccate dai ponteggi (praticamente abbiamo vissuto in una grotta), oltre a essere comunque esposta a notizie preoccupanti e a previsioni catastrofiche sul futuro (in certi casi ai limiti del sadismo da parte di discutibili “esperti”) è successo che mi sono trovata nel mezzo di una “tempesta perfetta” dal punto di vista lavorativo.

Mesi in cui si sono incrociati e sovrapposti lavori extra, isterie estemporanee di chi aveva bisogno di dimostrare che “the show must go on”, personaggi tanto incompetenti quanto invadenti e inopportuni, intoppi e imprevisti vari. Il risultato è che, in questo periodo quasi non scandito da fattori esterni, mi sono trovata incatenata al monitor del computer almeno nove ore al giorno, sette giorni su sette, in buona parte per svolgere lavori poco utili, o che non mi piacciono, o che si sono resi necessari per l’incompetenza altrui.

Ecco, mi sono sfogata: si capisce che sono ai limiti del burnout, vero?? (mi scuso per l’uso del termine inglese, ma mi sembrava un po’ più figo del pur efficacissimo “dar fuori di matto”).

Pausa pranzo solitaria in giardinetti sconosciuti

Quindi, per cercare di arginare l’ondata crescente di insofferenza generalizzata che da qualche tempo cerca di sopraffarmi, mi sono imposta un “ponte detox”: in questi quattro giorni del weekend del 2 giugno, non aprirò neppure il computer, nonostante una serie di lavori che incombono, e mi dedicherò solo a me e ad attività piacevoli e “offline” (per chi se lo stesse chiedendo: sto scrivendo questo post dal telefonino, quindi non conta).

Il bilancio del primo giorno, lo ammetto, è quello di un’onorevole sconfitta, ma va bene così. L’idea era quella di partire di buon mattino, io e la Poderosa in beata solitudine, e provare percorso AbbracciaMi, partorito dalla mente geniale di Marco Mazzei di Milano Bicycle Coalition: un circuito tutto intorno a Milano attraverso parchi, quartieri di periferia, campi coltivati, fiumi e canali, abbazie, cascine. Una sessantina di km in area suburbana, alla scoperta di piccoli e grandi tesori nascosti.

L’abbazia di Chiaravalle

Ed è davvero così: come al solito, la bici ha compiuto il miracolo e il mio umore ha iniziato a risollevarsi con l’avanzare dei chilometri. Ho attraversato una quantità di parchi verdissimi e di aree suburbane di cui ignoravo l’esistenza, ho visto vecchie cascine di campagna e nuovi quartieri dall’aspetto un po’inquietante, ho costeggiato storiche abbazie (Chiaravalle, purtroppo chiusa) con i loro piccoli borghi piacevoli.

Peccato, però, che mi sia persa per strada almeno quindici volte, ogni volta aggiungendo parecchi chilometri al percorso (il parco nord, che è enorme, devo averlo girato completamente almeno due volte). Il tutto per colpa della dannatissima app su cui è caricato il percorso (che in sé, ripeto, è assolutamente divertente, piacevole, interessante: insomma, da fare).

Il percorso di AbbracciaMi

Ora, io detesto criticare cose per cui ci sono sicuramente persone che hanno lavorato con passione. Ma la maledetta app Bikemap mi ha letteralmente tirata scema. Forse è colpa mia, ma a questo punto posso dire di aver attraversato almeno mezza Europa gps alla mano, senza neppure un centesimo dei problemi di orientamento che mi sono trovata ad avere a dieci chilometri da casa. Perché il dannato aggeggio è probabilmente pensato più per chi vuole registrare le proprie performance che per chi ha bisogno di individuare la strada. Così, per esempio, non tiene fermo il nord verso l’alto della cartina ma modifica continuamente l’orientamento: il che, in un percorso circolare, significa non capire più niente. Poi ha la bella idea di non mostrarti la strada che hai percorso, così quando arrivi a un incrocio, dato che non sai da dove vieni (e nel frattempo la cartina si è girata come se avesse il ballo di San Vito) non sai neppure da che parte devi girare… insomma, mi devo essere fermata almeno 50 volte a consultare il cellulare, ogni volta insultando con maggior veemenza la app e la sua inutile vocetta saccente. Non credo di essere stata un bello spettacolo per i passanti: una paffuta signora di mezza età in calzoncini e mascherina, sudata e polverosa, che strepita ad alta voce verso il nulla.

Per fortuna nessuno ha pensato di far intervenire le autorità sanitarie o la forza pubblica, quindi me la sono cavata senza danni. Il problema è stato che, all’una e mezza passata, mi sono trovata a malapena a metà del percorso che avevo in mente di fare, nonostante avessi percorso già oltre 50 km.

Così, quando per l’ennesima volta mi sono accorta che avevo sbagliato strada e avrei dovuto tornare indietro aggiungendo un altro paio di chilometri extra al percorso, mi sono arresa: ho spento tutto, ho puntato verso il centro città e sono rientrata alla base.

Risultato: 55 km percorsi, mezzo “abbraccio” a Milano, un discreto mal di gambe e fondoschiena, un umore un po’ meno cupo e la sensazione lievemente fastidiosa di aver lasciato una cosa a metà.

So già che appena possibile andrò a fare l’altro mezzo giro e a chiudere il cerchio. Magari stavolta mi porto la bussola e il sestante, che forse mi funzionano meglio.

Filed Under: In bici, Viaggi Tagged With: #abbracciaMi

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