Aspettavo da tempo di scrivere questo post: per la precisione, aspettavo di avere qualche ora tranquilla in cui mettermi al computer con serenità per mettere in fila le idee e raccontare che cosa c’è di nuovo nel prossimo progetto di viaggio, che quantomeno ha già il suo bravo nome in codice, MOPO. Le novità, in effetti sono un po’ da raccontare perché non riguardano tanto l’itinerario (anche se sì, ovviamente faremo un giro diverso dai precedenti) ma soprattutto l’approccio mentale, l’idea di base che fa da cardine al nostro muoversi in bicicletta.
Invece, come al solito, c’è da fare il conto con una serie di imprevisti.
All’inizio si trattava semplicemente di un sovraccarico di lavoro di quelli che non capitavano da tempo: una specie di “tempesta perfetta” di scadenze e di impegni che negli ultimi mesi mi hanno fatto arrivare a sera tanto stremata da non avere la minima voglia di mettermi a scrivere, sia pure di cose piacevoli.
Tecnico o esorcista?
Poi, negli ultimi giorni, c’è stata la catastrofe dell’impazzimento del mio smartphone: catastrofe che in questo preciso momento è tuttora in corso, anzi direi che è al suo culmine. Già, perché dopo una brutta caduta il mio telefonino – già abbastanza malmesso di suo – ha iniziato a dare segnali inquietanti. E nonostante i tecnici farfuglino cose incomprensibili a proposito di una fantomatica “scheda madre”, personalmente propendo per la possessione demoniaca, almeno a giudicare dai sintomi. Che sono, per farla breve, quelli di uno strumento dotato di vita propria: lo schermo funziona solo quando vuole lui, a volte si mette a lampeggiare e traballare in modo inquietante e soprattutto, se cerco di utilizzarlo, reagisce in modo assolutamente indipendente dalla mia volontà. Ha già telefonato a numeri a caso (gente che non sentivo da anni e a cui è stato imbarazzante spiegare perché mi facessi viva improvvisamente), ha spedito raffiche di whatsapp con testi come “gfgjdpnpahuooug>” “onnxbnbbjjbjbjbj”, ha tentato di farmi acquistare app mai richieste né tanto meno desiderate, si è rifiutato di farmi rispondere a chiamate in entrata.
Vabbè, succede: ho dovuto comperare un telefono nuovo (o meglio, rigorosamente ricondizionato, dati i prezzi) e oggi ho deciso di disinnescare il pazzo e di traslocare sul nuovo aggeggio. Fiduciosa che i due (entrambi iPhone, quindi fratelli di sangue) si parlassero e si scambiassero informazioni senza problemi.
Errore madornale. Sto lottando da ore con il dannato backup, che a quanto pare per misteriosi motivi non c’è modo di effettuare: a questo punto, dopo ore di smanettamenti e chat con il servizio assistenza Apple, penso che finirò con arrendermi e – sempre ammesso di riuscirci, a questo punto – metterò in funzione il nuovo telefono “nudo e crudo”, perdendo tutto il mio piccolo mondo di app (tra cui le mappe gpx di tutti i percorsi in bici, che è probabilmente la cosa che mi secca di più).
Non sono paranoica. Però.
E come se non bastassero questi piccoli drammi privati, nel momento in cui scrivo è in corso un problema ben più massiccio, quello dei primi casi italiani di coronavirus. Io non credo di essere particolarmente paranoica o ipocondriaca, ma ammetto che questa faccenda mi sta parecchio impressionando: in questi giorni penso spesso a un libro che ho letto qualche anno fa, “Il cigno nero”, dell’epistemologo Nassim Nicholas Taleb. Non ho idea di che cosa sia effettivamente un epistemologo, ma dice cose interessanti: in particolare questo concetto del cigno nero, cioè dell’evento improbabile e imprevedibile capace di sconvolgere lo status quo.
Come dicevo qualche tempo fa, non è certo guardando storto la comunità cinese che vive a Milano da un paio di generazioni che si possono prevenire o limitare i pericoli; come se trovare uno “straniero” con cui prendersela e a cui dare addosso rendesse tutto gestibile e governabile.
Resta il fatto che in un mondo fragile e iperconnesso come quello in cui viviamo, gli allarmi degli esperti per un epidemia di larga scala mi sembrano comunque tutto fuorché campati per aria. E sentirmi dire dalle autorità pubbliche (leggi in questo caso: la Regione) “non allarmatevi, ma rimanete chiusi in casa e non uscite se non per assoluta necessità” fa parecchio effetto. E soprattutto fa pensare che non sappiamo se – si spera – si tratterà solo di un’increspatura nella nostra quotidianità, o se invece questo evento avrà un effetto dirompente: perché il concetto che sta alla base, a questo punto, potrebbe presto diventare quello di evitare sistematicamente il contatto con gli altri. Andare in ufficio, al bar, al ristorante, in palestra, al cinema, a teatro, in autobus, in aereo, potrebbero essere in procinto di trasformarsi da attività normali (o addirittura “virtuose”) in “comportamenti a rischio”.
Non voglio essere pessimista e meno che mai allarmista; ma mi pare evidente che c’è una probabilità non proprio remota di trovarci in un momento in cui le nostre vite potrebbero cambiare radicalmente, sull’onda di eventi incontrollabili e molto più grandi di noi.
Da qui a primavera
Per questo motivo proprio stasera, che mi ero ritagliata un momento per raccontarvi del viaggio della prossima primavera, mi trovo a pensare che tra alcuni mesi potremmo trovarci in una situazione molto diversa da quella a cui siamo abituati, e che magari un viaggio attraverso l’Europa potrebbe non essere realizzabile. Certo, in parte è scaramanzia. Ma facciamo che per stasera di MOPO non ve ne parlo. Tanto c’è ancora tempo, e io continuo a studiarmi mappe e altimetrie.
PS: da pochi minuti il nuovo telefono è completamente operativo (o quasi): prendiamolo come un segnale che le cose possono anche andare per il verso giusto. Quello che vedete ritratto qui sopra è il vecchio indemoniato, che finge di comportarsi da telefono normale un attimo prima di collegarsi telefonicamente con la NASA e di spedire al mio rispettabile e serissimo cliente un whatsapp con la mia foto mentre mi depilo.