L’Askia è un vulcano nel cuore dell’Islanda, la cui devastante eruzione nel 1875 ha causato una delle più grandi carestie nella storia del paese. È anche uno dei più straordinari spettacoli naturali del mondo, con due caldere che formano due laghi: uno più grande, limpido e freddissimo; e uno più piccolo, con le pareti a strapiombo e acque dal colore lattiginoso riscaldate dal calore del terreno, in cui (se si è molto determinati) ci si può immergere per un bagno tra i vapori di zolfo.
Ma Askia, per gli islandesi, significa anche l’immenso deserto di lava che lo circonda, e che si deve attraversare in jeep, con ore e ore di piste sterrate, guadi e buche gigantesche. Un mondo solitario, freddissimo e pauroso, dove non si vede traccia di vita animale o vegetale (persino i turisti orientali sono assenti), ma dove fioriscono le storie più strane e affascinanti. Quella del fuorilegge che alla fine del ‘700 sfuggì alla cattura nascondendosi per un intero inverno in un buco nelle pietre laviche. Quella dei folletti dispettosi che vivono in queste terre e che per Natale portano doni ai bambini buoni, ma gli altri però se li mangiano (come pena minore, riempiono le scarpe del poveretto di patate bollenti). Quella di due ricercatori tedeschi avventuratisi in barca sul lago vulcanico nel 1907, spariti misteriosamente e mai più ritrovati. Quella degli astronauti americani delle missioni Apollo, portati qui negli anni 60 per familiarizzare con la migliore imitazione possibile del suolo lunare.
Ed è vero, andare sull’Askia è un po’ come andare sulla luna. Io ci sono stata proprio oggi, e sono ancora un po’ stranita.
