Downtown Yangon è il tipo di posto che ti fa venire voglia di viaggiare nel tempo, almeno per un attimo; giusto per fare una capatina negli anni 20 del secolo scorso e passeggiare in quella che doveva essere una sontuosa grande città.
Quel che ne resta ora, oltre ai grandi viali da cui si dipartono una quantità di viuzze perpendicolari, sono i fatiscenti palazzi in stile coloniale divorati dagli anni. Tenete conto che qui c’è una tale umidità che se lasci una casa chiusa per un weekend nella stagione delle piogge, senza far funzionare l’aria condizionata, rischi di ritrovarti le scarpe da buttare perché completamente ricoperte di muffa. E ora provate a pensare che cosa può essere successo a costruzioni abbandonate da quasi cento anni; facciate coperte da macchie di muffa, colori pastello sbiaditi e scrostati, grandi finestre cieche, felci e rampicanti che si insinuano dappertutto. Il risultato è qualcosa di affascinante, che ti regala un senso di decadenza e di nostalgia per un’irripetibile epoca d’oro che puoi solo intuire e immaginare; la stessa sensazione che ho provato guardando gli antichi templi cambogiani di Angkor Wat.
Alcuni palazzi sono completamente vuoti e abbandonati; ma per la maggior parte ai piani superiori vedi sbucare bambini, donne che si pettinano, vecchietti che guardano il traffico scorrere sulla strada. Al pianterreno, invece, si aprono un milione di negozietti di tutti i tipi, in genere divisi per zona: c’è la via dei negozi di ottica, quella delle stamperie, quella del vasellame, e così via. In questo caos di microattività, compaiono ogni tanto le testimonianze del fatto che Yangon sta cambiando pelle e lo sta facendo con rapidità: bellissimi locali “very cool”, bar e ristoranti che conservano le memorie e le tradizioni della vecchia Yangon e le ripropongono in chiave estremamente contemporanea.

Cambiando argomento, una cosa bella del Myanmar è che ti senti molto ricco: non solo perché loro sono poveri, e neanche perché i prezzi per noi occidentali sono decisamente bassi (una cena in un locale decente costa più o meno l’equivalente di 5 euro, in un ristorante di fascia alta arriva intorno ai 15).
Ma soprattutto perché qui si usano ancora soprattutto i contanti (i Kyat, pronunciati “chatt”), anziché la carta di credito; 15.000 Kyat equivalgono circa a 10 euro; e non esistono banconote di taglio superiore ai 10.000 Kyat: quindi basta portarsi in tascauna cinquantina di euro per ritrovarsi con un fascio di banconote degno di Paperone, e per pagare anche solo pochi euro di consumazione al bar si sfogliano mazzette in stile rapinatore di banca.
Ora si è fatto tardi e non ho tempo di parlare dell’edilizia civile contemporanea del Myanmar. Prometto che lo faccio nei prossimi giorni, perché ne vale la pena: gli interni delle case sembrano firmate da un geometra ubriaco e in vena di scherzi sadici. A presto!
