Due giorni di itinerario sono proprio il “minimo sindacale” chi ama viaggiare; e lo sono ancor di più per chi ama – come me – qualche forma di viaggio lento, in cui non importa tanto la distanza da casa, il numero di km che percorri o un qualche tipo di “prestazione” di cui farsi vanto. Importano le esperienze, gli incontri, le atmosfere dei luoghi, la sensazione di libertà, in piacere della compagnia con i tuoi compagni di viaggio.
Tutte cose, insomma, che non possono essere compresse o accelerate, che hanno i loro tempi tecnici, generalmente lunghi: un “vero” viaggio, ai miei occhi, è quello in cui perdi un po’ il conto di quanto è passato da quando sei partita o di quanto manca alla conclusione; situazione che richiede come minimo due o tre settimane di tempo a disposizione.
Detto questo, però, in questi periodi complessi e rivoluzionati dall’epidemia resta valido il concetto “piuttosto che niente, meglio piuttosto”.
E infatti il nostro mini-viaggio di due giorni, che è già arrivato al termine, è stato una piccola meraviglia su un itinerario che vi raccomando vivamente.
In particolare, come dicevo ieri, il Sentiero Valtellina è una ciclabile assolutamente straordinaria e adatta a tutti, anche a chi è alle primissime armi.
Un po’ meno, forse, la strada che abbiamo fatto il giorno successivo: non certo per la sua bellezza – davvero sorprendente, a due passi da casa – quanto per qualche “snodo” stradale non proprio agevole.
La prima parte, da Bellagio a Lecco, offre spettacoli mozzafiato sul lago, attraversa piccoli paesini graziosi, ma è tutta su una provinciale decisamente stretta. Vero che il traffico del sabato mattina non è molto intenso e soprattutto che la presenza di ciclisti (quelli “veri”, con le bici da strada, senza bagagli e diretti presumibilmente verso le grandi salite dei dintorni) è altissima, e questo in qualche modo rende più normale e prevedibile la presenza di pedalatori sulla carreggiata.
Ma è anche vero che verso la fine, ormai in prossimità di Lecco, ci sono da percorrere due gallerie che sono tutto fuorché piacevoli, anche perché sono pure parecchio lunghe.
Non so quanti di voi hanno mai percorso in bici una galleria stradale, ma per quanto mi riguarda è un’esperienza terrorizzante. Intanto fa freddo, e se la galleria è lunga può fare davvero molto freddo. In secondo luogo sei infilata in questo “tubo” e non hai nessuno spazio e nessuna possibilità per fermarti, qualunque cosa succeda (questo è vero anche in auto… ma è tutta un’altra cosa). Terzo, e fondamentale, il frastuono: in galleria i rumori rimbombano a dismisura, e il suono di un’auto in accelerazione dietro di te ti fa pensare di avere alle spalle un immenso mostro a motore lanciato a tutta velocità, che ti travolgerà nell’arco di qualche istante (effetto ulteriormente amplificato dall’esistenza di alcuni mentecatti irresponsabili, che approfittano dell’evidente assenza di misuratori di velocità in galleria per lanciarsi davvero a tutta velocità).
A questo si aggiungono poi fenomeni opzionali di stupidità individuale: nel mio caso, dopo esserci fermati a inizio galleria per accendere tutte le luci e lucette che avevamo a disposizione, mi sono però dimenticata di sostituire i miei occhiali da sole graduati (sono miope come una talpa, ndr.), scurissimi, con i normali occhiali da vista. Risultato: a parte i pochi secondi in cui mi trovavo esattamente sotto i riflettori, per il resto del tempo procedevo nelle tenebre, con gli occhi disperatamente puntati sull’unica cosa visibile e cioè la lampadina rossa della bici di Annita, davanti a me.
Ok, ce l’abbiamo fatta. E come premio abbiamo avuto – insieme a una splendida giornata di sole – la ciclovia dell’Adda, che per la prima volta sono riuscita a percorrere per la sua intera lunghezza da Lecco a Milano.

Anche qui, però, con qualche magheggio non proprio agevole. Meno male che, perlomeno, qualcuno via Instagram mi aveva avvertita (grazie, @mind_to_ride !!) che c’erano un paio di deviazioni, una delle quali includeva “il muro di Paderno”. La cosa bella di non sapere le cose è che sei portata a ridimensionarle: è per me una cosa che di chiama “muro” è una breve salita ripida in cui scendi dalla bici e spingi a mano per qualche minuto.
Ecco, il muro di Paderno non è affatto così: piuttosto, è una parete verticale lunghissima, in cui in alcuni punti fai persino fatica a spingere a piedi la bici carica che ti porta, a occhio, 200 metri più in alto del livello del fiume; il tutto ovviamente affrontato sotto il sole e nell’orario più caldo della giornata. Vi dico solo che persino Giovanni, normalmente scalatore indomito, si è arreso ed è sceso a spingere. Quando sono arrivata in cima temevo che mi venisse un infarto. E aggiungo che non è neanche molto bella la discesa a capofitto che poco dopo ti riporta al fiume, anche lei verticale e su un acciottolato scivoloso: non mi vergogno ad ammettere che sono una fifona e ho un polso saccagnato da una vecchia frattura, quindi per non saper né leggere né scrivere mi sono fatta a piedi anche tutta la discesa.
Altra interruzione, ma meno catastrofica, a Trezzo d’Adda, dove perlomeno la salita è breve e ti puoi fare il giro per il centro del paese e passare davanti a delle splendide ville d’epoca.
Nel complesso, però, viene da domandarsi perché non si sbrigano a sistemare questi due punti (pare che da mesi manchino solo pochi dettagli) e a rendere di nuovo perfettamente agevole un percorso ciclistico straordinario per natura, varietà dei panorami, storia e cultura (lo sapevate che proprio a Paderno c’è lo scenario naturale scelto da Leonardo Da Vinci come sfondo per la Vergine delle Rocce?). Una ciclovia che, vi assicuro, in altri Paesi più furbi di noi sarebbe una delle grandi attrazioni turistiche dell’intero territorio.
Comunque, dopo 93 km rieccoci a casa (il che porta il totale del nostro giretto a circa 190 km): stanchi, soddisfatto, divertiti e con una gran voglia di ripartire.
Proprio in questi giorni abbiamo discusso del “vero” viaggio che, se tutto va bene, faremo a settembre. E ci sono in ballottaggio un paio di un paio di idee in territorio italiano, molto diverse tra loro ma entrambe straordinariamente affascinanti.
Vi racconterò. Intanto, se siete nei paraggi della Lombardia e non le avete ancora provate, segnatevi questi due percorsi: basta che abbiate la cautela di tagliare fuori Paderno…
P.S.: sono stata cazziata per il mio consiglio semiserio sul “tagliare fuori Paderno”. A scanso di equivoci, chiarisco quanto detto più sopra: Paderno è luogo straordinario e di grandissimo interesse, che merita sicuramente una visita approfondita. Solo, al momento è meglio andarci in auto e non in bicicletta, finché non sistemeranno il percorso ciclabile (se poi le vostre coronarie e i vostri polpacci sono a prova di bomba, fate un po’ come vi pare).
