• Skip to primary navigation
  • Skip to main content
  • Skip to primary sidebar

SE CE L'HO FATTA IO

Sogni. Ci provi. Ti piace. Ripeti.

  • L’idea
  • Chi sono
  • Viaggi
    • In bici
    • A piedi
    • Come capita
  • Progetti
  • Storie
  • Attrezzatura
  • Podcast
  • Libri & guide
    • “In bicicletta. L’Europa a due ruote” – National Geographic/White Star Editore
    • “La Via Francigena svizzera” – Morellini Editore
    • “Via Francigena for dummies” – Hoepli Editore
    • “Se ce l’ho fatta io” – Ultra Sport Editore
  • Parlano di noi
  • Contatti
You are here: Home / Viaggi / In bici / RICOMINCIA-AAAMOOO-OOH

RICOMINCIA-AAAMOOO-OOH

14 gennaio 2018 By Monica Nanetti

Eccomi di nuovo sulla Martesana, a cercare di riabituarmi a pedalare per un po’ di chilometri senza troppo soffrire. E la prima notizia è che non va poi così male: fino a una sessantina di chilometri reggo abbastanza bene, e tutto sommato 60/70 km potrebbero essere un’onorevolissima tappa di qualsiasi viaggio. Dico questa cosa non per raccontare le mie “performance”, ma nel più puro spirito di “se ce l’ho fatta io”: riassumendo, ho 56 anni, sono leggermente sovrappeso, non sono mai stata particolarmente sportiva e non ho una particolare predisposizione (sto usando un eufemismo) per l’attività fisica.
pedalare e fare selfie

Nonostante questo, si può fare benissimo: si possono fare viaggi, in bici o a piedi, di lunghezze che sembrerebbero impossibili, viste dal divano di casa. Basta abituarsi un po’ alla volta, prendendola con calma e senza imporsi obiettivi di prestazioni e risultati, e soprattutto divertendosi mentre lo si sta facendo.

Credo che sia questo il punto: viviamo immersi in una cultura basata sul risultato, sull’eccellere rispetto agli altri, sull’essere in cima alla classifica; di qualsiasi cosa si tratti, dal lavoro alla torta di mele, fino anche al pedalare, la cosa fondamentale sembra essere soprattutto “la più brava” o perlomeno “tra i migliori”, ottenendo risultati in qualche modo “straordinari” o “eclatanti”.

E invece mi sono accorta che c’è un colossale equivoco, un ribaltamento dei termini della questione (sto parlando, ovviamente, di faccende legate al tempo libero, a quella categoria di attività volontarie e facoltative. I problemi della vita “vera”, come portare a casa la pagnotta o fare fronte a problemi di salute, sono tutta un’altra storia).

Ma essere i migliori è davvero importante?

Per quanto mi riguarda, ho capito – dopo più di mezzo secolo, ma la prontezza di riflessi non è una mia virtù – di aver passato buona parte della mia vita ad affannarmi (nello studio, nel lavoro, nella vita) per essere “la migliore” non per competitività, ma solo per paura: di non essere accettata, di non essere voluta bene, di non avere abbastanza da offrire per non essere rifiutata dagli altri. Invece non c’entra niente: chi ti vuole bene se ne frega di quanto vali, ti prende in blocco con tutte le tue caratteristiche, difetti compresi; e se resterai sola, non sarà certo perché non hai avuto un travolgente successo sul lavoro o perché il tuo fondoschiena non è abbastanza sodo.

Lo so che queste considerazioni sono banali, che ce le ripetiamo spesso, che le trovi un po’ dappertutto riassunte in frasettine pseudo-spirituali. Ma c’è una bella differenza tra il ripetere qualcosa perché suona bene e il farlo davvero proprio, interiormente. Lo dimostra il fatto che se dovessimo stare alle dichiarazioni di gran parte delle persone, vivremmo in un mondo di esseri saggi, sereni e pacificati; e non mi risulta che sia proprio così, anzi.
pedalare sulla martesana

Ma come al solito, divago. Stavo dicendo se ci si pone un obiettivo “al negativo” (per dimostrare a se stessi e agli altri il proprio valore, per un senso di rivalsa, per non essere da meno di qualcuno), la fatica è assicurata, e con essa lo stress e le eventuali delusioni, se le cose non vanno come previsto e i risultati non arrivano. Maddài, le gare lasciamole ai più giovani, che hanno davvero bisogno di misurarsi per capire meglio chi sono. Se noi, a 50 anni, non lo abbiamo ancora capito, non sarà certo una piccola e patetica vittoria che ce lo potrà confermare.

Invece, se si interpretano le cose in una chiave positiva, c’è solo da guadagnarci. Se si ha un sogno (che si tratti di percorrere la Francigena in bici, di attraversare a piedi la Nuova Zelanda o di imparare a pattinare, poco importa) bisogna prima di tutto capire che si è molto fortunati, perché c’è gente, poveretta, che di sogni non ne ha più, o non ne ha mai avuti. E ogni passo che ci spinge verso il nostro sogno è di per sé un piacere e un regalo: pedalare sulla Martesana pensando al Danubio, camminare al parco progettando la traversata dell’Appennino… senza pressioni, senza obiettivi di risultato, seguendo semplicemente la propria passione e il proprio divertimento immediato. Beh, vi assicuro (ho provato!) che se si scivola in questa ottica, poi con grande probabilità arrivano anche molti dei risultati “esteriori”, perché sganciandosi dalla paura di “non farcela” siamo alla fine in grado di fare molte più cose di quanto crediamo.

Riassumendo…

Vabbè, oggi avevo voglia di scrivere. Tutto questo sproloquio, alla fine, era solo per dire:
1. Si torna in bicicletta perché si avvicina la partenza del nuovo viaggio “da Vienna a casa” di cui vi parlo meglio nei prossimi giorni
2. Sta per arrivare la nuova bici, già battezzata come “la Poderosa” e non vedo l’ora di provarla
3. Se io sono così matta (o così scema) da pensare di pedalare tra qualche mese per 1800 km, chiunque di voi può provare a lanciarsi in un’idea che ha nel cassetto da sempre. Se poi non ci riusciremo non importa: intanto abbiamo provato, e questo è già più di quanto molte persone possano dire.

Filed Under: In bici, Viaggi Tagged With: Da Vienna a casa, Non competitivi

Primary Sidebar

Iscriviti alla mia newsletter

Categorie

  • Progetti
  • Storie
  • Viaggi
    • A piedi
    • Come capita
    • In bici

Seguimi

  • Facebook
  • Instagram
  • YouTube

Sponsor

Cerca

Se ce l'ho fatta io - un progetto di Monica Nanetti - Privacy Policy