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Quaderni egiziani, 3a parte: le scoperte del Museo Egizio

14 novembre 2018 By Monica Nanetti

Non fatevi ingannare da questa immagine tranquilla: in piazza Tahrir il casino è totale, sempre

Altra meta imprescindibile del Cairo, il Museo Egizio: anche lui immenso e pieno di meraviglie che basterebbero per venti “normali” musei. È destinato a trasferirsi nell’arco di pochi anni perché a Giza, accanto alle piramidi, è in corso la costruzione di una nuova sede ipermoderna e tanto spaziosa da sembrare un aeroporto. Per il momento, però, il grande palazzo rossiccio se ne sta lì, affacciato su piazza Tahrir, impolverato e un po’ fuori tempo come tutto il resto che lo circonda. Non starò a raccontarvi le straordinarie cose che contiene (prima tra tutte il famoso tesoro di Tutankhamen) e che potete leggervi su qualsiasi guida: preferisco regalarvi qualche piccola nota personale e fuori dai margini, sperando che sia un po’ meno banale.

Per prima cosa, un consiglio: a meno che non siate archeologi o appassionati viscerali di antico Egitto, non assumete qualcuno per una visita guidata: le cose da vedere sono talmente tante (e, a un occhio ignorante, spesso piuttosto simili) che alla quarta ora di spiegazione sul sarcofago della regina Afarsrphiti VII, della 26a dinastia, suocera del faraone Enpherthopoussi XIII, vi verrà il dubbio di essere vittima di un sequestro di persona, insieme all’insopprimibile desiderio di picchiare la guida e scappare urlando. Seconda osservazione: l’interno del museo è specchio della città: polveroso, incasinato e affollato. Vetri opachi, casse misteriose appoggiate negli angoli, autentici capolavori cacciati in salette secondarie e mal illuminate; dà l’impressione di un trasloco iniziato quarant’anni fa e poi lasciato a mezzo. La cosa più emblematica sono i cartellini esplicativi che (quando ci sono) sono dei cartigli ingialliti dal tempo e battuti con una vecchia macchina da scrivere anni Cinquanta: se a questo si somma il fatto che i reperti sono generalmente in uno stato di conservazione straordinario, pressoché intatti e con i colori vivissimi, si ottiene il surreale effetto che il cartellino sembra più vecchio dell’antichità che sta presentando.

Terza nota: è con un brivido di orgoglio che vi annuncio – come testimonia la fotografia che apre questo post – la mia importante scoperta: in una piccola bacheca seminascosta di una saletta secondaria e defilata del museo, ho trovato l’unico ritratto frontale dell’antico Egitto. Probabilmente dopo quest’opera l’ignoto pittore eretico è stato messo a morte; a giudicare dalla qualità del dipinto non sembra comunque che sia stata una grande perdita per il patrimonio artistico mondiale. Ma questa faccenda di essere un popolo capace di cose straordinarie (incluse statue perfette e di assoluta bellezza) e poi ostinarsi a mettere tutti solo di profilo, animali inclusi, resta ai miei occhi uno dei grandi misteri di tutti i tempi.

Anche per i cartellini esplicativi potrebbe essere utile la datazione con il radiocarbonio

E poi c’è una piccola sezione di due salette aggiuntive, a cui si accede pagando un biglietto supplementare (più costoso di quello per l’intero museo), interamente dedicata alle mummie. Qui, in penombra, silenzio e temperatura controllata, si possono osservare da vicino i corpi rinsecchiti di faraoni e nobili di varie migliaia di anni fa, in uno spettacolo sinistro e un po’ morbosetto che però consente anche alcune divertenti scoperte tratte dai cartellini esplicativi. Come quella della mummia di un faraone che, spedito a Parigi per indagini approfondite su datazione e altre caratteristiche, è stato precipitosamente richiamato in patria dopo che si è scoperto che era stato messo in vendita su internet. O come la regina dal nome impossibile da ricordare, sepolta insieme a un piccolo fagotto mummificato che per molti anni si pensava essere suo figlio tristemente morto in fasce e che invece, dopo una serie di esami ai raggi X, si è scoperto essere il suo babbuino domestico. E ancora (e questa per me è la storia più triste di tutte) la mummia di una regina apparentemente simile a tutte le altre, ma che il cartellino crudelmente descrive come “mummia di xxx (altro nome impossibile), obesa e con denti in cattive condizioni, morta tra i 45 e i 60 anni di età”; in questo caso, poi, la spiegazione si dilunga, raccontando come in passato i predatori di tombe fossero penetrati nella stanza funeraria asportando i resti di un’altra mummia ma lasciando lì, dopo averne aperto il sarcofago, la “mummia obesa”. Che quindi, poveretta, ha sì ottenuto una sorta di immortalità, ma che dopo 5000 anni ancora si sente dare della grassona: “fat shaming since 3000 bc”.

Filed Under: Come capita, Viaggi

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