Il signore che vedete qui accanto non è un acrobata e neanche un ubriaco nei guai: è semplicemente un pescatore del Lago Inle, nel Myanmar orientale, che sta remando con la tipica tecnica che si usa da queste parti: in piedi sulla punta della piroga, si avvolge piede e gamba intorno a una pertica puntata sul fondo e poi, divincolando tutto il corpo con un movimento sinuoso, ci si dà la spinta. Vedere all’opera queste persone è uno spettacolo straordinario, una sorta di balletto acquatico dal fascino quasi ipnotico. C’è anche da aggiungere, peraltro, che se si considera il dispendio energetico e la quantità di moto che si riesce a imprimere alla barca, non stupisce che questa tecnica non si sia mai diffusa oltre i confini del lago.
La giornata di oggi è trascorsa a bordo di una piroga (a motore, nel nostro caso) visitando questo micro-mondo acquatico: un lago, ma anche una immensa palude coperta di fiori di loto e di strani fiori azzurri, che brulica di attività. Tanti villaggi su palafitte, molti templi buddisti, piccole attività artigianali che vanno dalla lavorazione dell’argento, alla tessitura, alla fabbricazione di sigari. Il tutto, letteralmente, “pieds-dans-l’eau”, in una specie di versione orientale della laguna veneta.
A farci da guida nel dedalo di canali c’era un ragazzetto locale di bell’aspetto, che manovrava il suo barchino (spesso pericolosamente oscillante) con piglio sicuro e quasi strafottente. Non ricordo il suo nome in birmano, ma sono sicura che la traduzione fosse “Romeo, er mejo der lago Inle”; un tipetto che in tutti i villaggi e a ogni sosta aveva una ragazza con cui fare il cascamorto. Tipo simpatico, ma tradito dalla sua eccessiva sicurezza: nel viaggio di ritorno ci siamo ritrovati in panne, senza carburante, alla deriva in un intrico di fogliame galleggiante.
Nel frattempo, per rendere le cose più semplici, aveva iniziato a piovere a dirotto: un vero e proprio diluvio, come capita da queste parti. Siamo rimasti lì quasi mezz’ora, riparandoci alla bell’e meglio sotto degli ombrellucci, preoccupati di naufragare nel fogliame (e nell’inquietante fauna che probabilmente racchiude) e di vedere la barca riempirsi d’acqua e colare a picco. In più, sentendoci pure un po’ cretini. Ovviamente l’abbiamo presa sul ridere; alla fine siamo ripartiti e siamo rientrati alla base sani, salvi e bagnati come pulcini. Siamo forse gli unici a poter dire di aver avuto freddo in Myanmar: anche queste sono soddisfazioni.
A domani!
