Sono le sei del mattino e sono qui a scrivere: ieri sera, per la prima volta da quando siamo partiti, ho ceduto alla stanchezza e non ho aggiornato il blog prima di andare a dormire, così eccomi qui a recuperare il tempo perduto.
C’è da dire che quella di ieri è stata una giornata particolarmente lunga e intensa. E c’è anche da dire che quella di scrivere un piccolo diario di bordo, così come di tenere aggiornati i social, è un’attività che assorbe una grande quantità di tempo e di energia. Da un lato è bellissimo e coinvolgente rendere partecipi altre persone di quello che stai vivendo (tanto più che si tratta di esperienze che meritano davvero di essere condivise); dall’altro, però ti rendi conto di quanto questa “diretta” richieda un’attenzione è una dedizione notevoli, e di come lo scrivere, almeno per me, sia comunque un’attività bella ma anche parecchio faticosa. Come in tutte le cose, la questione alla fine è trovare un equilibrio tra tutto, e non sempre è facile (soprattutto per me che, per carattere e per età, non sono poi così “social”).

Ma torniamo al viaggio: giornata intensa quella di ieri, con quasi 90 km percorsi in un caldo davvero torrido, seguendo la Via Postumia da Portogruaro a Treviso (confesso: abbiamo anche fatto un piccolo “taglio” del tracciato ufficiale, di una ventina di km, ma iniziavamo a non poterne più di buche e strade sterrate sotto il sole…).
E anche ieri è stato un itinerario magico, a cavallo tra terra e acqua: passata la grande campagna dagli orizzonti infiniti, si incomincia infatti a costeggiare il Sile lungo un percorso verdissimo e (apparentemente) lontano dalla civiltà. E ci si ritrova, a un certo punto, su una strada ciclabile che corre con il fiume a destra e con il mare (o meglio, con la laguna veneta, i suoi isolotti e i suoi canneti) a sinistra. Chilometri in cui si è sospesi tra le acque e i soli rumori che si sentono sono quelli degli uccelli e del vento tra i canneti.

E poi, continuando a seguire il Sile, poco prima di Treviso si incontra uno dei punti più magici dell’intero percorso, quello del “ cimitero dei burci”: un’ansa del fiume dove decine e decine di barconi in legno sono stati dismessi e abbandonati, e ora si stanno disgregando lasciando visibili solo i loro “scheletri” anneriti dal tempo. Un luogo che, stranamente, non è affatto sinistro, ma che emana un fascino a cui è impossibile restare indifferenti.
E poi, alla fine, c’è Treviso, sintesi dell’arte di vivere bene: acqua anche qui, in tanti canali che in alcuni scorci la rendono simile a Venezia (che è a soli 30 km, peraltro), tanti bei palazzi, locali e ristoranti, gente in giro che si gode la serata. Noi poi avevamo una marcia in più, che ha reso la cosa ancor più speciale: l’incontro con Titta, cugina di Annita e Betta, con suo marito Alberto e con il resto della sua famiglia, che ci hanno accolto come veri trionfatori. Milanesi di origine, si sono trasferiti qui da molti anni e, dopo una splendida cena, ci hanno accompagnato in giro per il centro cittadino, raccontandoci un po’ di fatti del posto. E ancora una volta, è bello approfittare del viaggio per incontrarsi, in una modalità che rende tutto un po’ più speciale.
Per il momento è tutto, anche perché ormai è ora di scendere a colazione. Si punta di nuovo a Ovest. E piano piano si incomincia a sentire odore di casa…
A presto!!!
