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SE CE L'HO FATTA IO

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Parma e dintorni, tra castelli e tortelli

15 luglio 2025 By Monica Nanetti


Questa cosa che la linea retta è la distanza più noiosa tra due punti non so chi l’abbia detta, e in realtà sospetto che si riferisse a curve anatomiche, ma per quanto mi riguarda calza a pennello quando si parla di viaggi in bicicletta.

È quello che è successo in questa prima giornata del mio viaggio nei territori pedemontani “del ducato”, tra Parma e le colline dei primi rilievi appenninici, in cui ho proceduto “a sentimento” con un’idea solo indicativa della direzione, svoltando senza pensarci troppo ogni volta che intravvedevo un’alternativa a strade più trafficate o qualcosa di interessante e curioso da esplorare.

Ne è venuta fuori una traccia (la trovate sul mio profilo Komoot) che sembra disegnata da una pazza ubriaca; giuro che non lo sono (ubriaca, perlomeno), e l’itinerario che ne è venuto fuori è una specie di inno al piacere di vagabondare in bicicletta, esplorando un territorio in totale libertà.

Già, perché questo che sto facendo, per quanto breve, è un viaggio davvero particolare per una quantità di motivi. In primo luogo per una questione molto personale: questi sono i luoghi di origine di mia madre e dei miei nonni, e per quanto non li abbia più frequentati da quando ero bambina, sono intrisi di nomi che mi sono familiari e rappresentano in qualche modo le mie radici, aprendo insospettate finestre di ricordi.

Memorie di famiglia a parte, un’altra caratteristica di questo viaggio è quello della libertà di itinerario: c’è un’idea di massima, certo; e ci sono un certo numero di luoghi attraverso cui ho in programma passare, in un giro ad anello che ha Parma come fulcro. Però – forse per la prima volta – non sto seguendo una traccia predefinita: o meglio, sto saltabeccando qua e là nel fitto reticolo di itinerari ciclabili (mappati e segnalati) che ricopre l’intera zona. E devo dire che la sensazione di libertà che se ne trae è meravigliosa: bisognerebbe farlo più spesso.

Ma veniamo a questa prima giornata: una cinquantina di chilometri a passo lentissimo, strapieni di cose. A partire dalla stessa Parma, ovviamente: tipico esempio di quelle città di provincia che tendiamo a dare per scontate, e che invece meritano un viaggio tutto per loro, per la quantità di cose e di bellezze che hanno da offrire. Nel caso di Parma, poi, oltre agli elementi più evidenti (lo splendido duomo, il battistero, la Pilotta, le vie del centro storico, il teatro Regio nel cui loggione si annidano i più agguerriti ultras di opera lirica di tutto il mondo) c’è una componente meno tangibile ma assolutamente evidente: quello dell’eleganza diffusa che ricopre come un alone tutta la città. C’entra un po’ di fascino francese derivante dalla sua storia (i parmigiani sostengono di non aver bisogno di studiare il francese, perché il loro dialetto è una copia conforme della lingua di oltralpe: francamente ho qualche dubbio, ma non vedo motivo di entrare in polemica); c’entrano i duchi che nei secoli precedenti avevano reso questo centro un simbolo del loro prestigio; c’entra, a mio parere, la capacità delle persone di qui di godersi la vita in modo totale, senza sfarzo ma regalandosi la qualità assoluta anche nelle piccole cose, con una cordialità e una gentilezza innata*, che è poi una sintesi della vera eleganza.

Alla fine, uscita – un po’ a malincuore – da Parma, ho puntato in direzione sud-est verso Traversetolo, lungo l’omonima via. Che diventa però, ben presto, una provinciale tutta dritta e piuttosto trafficata. Ma il bello di queste zone è che se guardi attentamente la mappa puoi trovare quasi sempre un’alternativa, magari un pochino più lunga ma sicuramente tranquilla. È quello che è successo poco dopo, quando mi sono infilata in una zona signorile fatta di splendide ville e magioni di campagna, proseguendo poi per Monticelli Terme fino ad arrivare a Montechiarugolo.

Dove ho trovato il primo dei molti castelli che si susseguono in questo itinerario.

E che castello, signori miei. Grande, splendido, stupendamente tenuto, circondato da un parco altrettanto spettacolare. Ma con un elemento di fascino in più, un po’ alla francese (ci risiamo…), che deriva dal fatto che è tuttora stabilmente abitato dai proprietari, discendenti della famiglia che lo acquistò dallo Stato italiano poco dopo l’unità d’Italia. C’è vita vera, tra queste mura, tanto che tra saloni imponenti, affreschi secolari, torri e camminamenti di guardia, può capitare di veder fare capolino un giocattolo, un passeggino o un giulivo golden retriever che ti scodinzola il suo benvenuto.

La storia di questo castello, poi, è assai più lunga di quello che posso scrivere in un solo post, e risale all’indietro fino al 1100, secolo della sua fondazione. Ma la figura che ha lasciato più il segno è quella di Pomponio Torelli: nobile, letterato e poeta che ne fu proprietario intorno alla metà del 1500. Ed è proprio in questo periodo che si svolge l’affascinante leggenda del fantasma del castello (non è un castello se non ha il suo fantasma!), anche se questo è un fantasma molto particolare: quello della Fata Bema, bellissima fanciulla le cui vicende si intrecciarono in modi complicatissimi con quelle della famiglia Torelli. Un fantasma dolce e gentile, che si fa vivo solo una volta all’anno (nel giorno della morte del suo grande amore) ma che non disturba né tantomeno spaventa nessuno: una sorta di nume tutelare che protegge cn dolcezza il castello, i suoi abitanti e anche tutto il piccolissimo antico borgo che circonda la costruzione e che vive quasi in simbiosi con esso. La storia completa di Bema (che mi riservo di trascrivere in un momento in cui potrò digitare più comodamente che sullo schermo di un telefonino) mi è stata raccontata da una gentile e colta signora che è cresciuta e ha vissuto sempre all’ombra di queste mura, e lavora come guida per i visitatori (il castello è aperto al pubblico di norma durante i weekend; il calendario completo è sul sito del castello https://www.castellodimontechiarugolo.it/, segnatevelo perché merita sicuramente una gita). Ma non pensate alla normale guida turistica che snocciola fatti e date con piglio professorale: quello che trapela dalle sue parole è uno straordinario legame e un amore sincero per questo angolo di mondo rappresentato da un minuscolo borgo. Minuscolo, ma capace peraltro di imprese eccezionali: nella notte di San Giovanni, tra il 23 e il 24 di giugno, è tradizione da queste parti “prendere la rugiada” della notte mangiando tortelli di erbette in compagnia, all’aperto. Ebbene, poche settimane fa una task force di massaie locali, tutte o quasi ultra-ottuagenarie, è riuscita a produrre l’incredibile quantitativo di 17.000 tortelli (ve lo scrivo anche in lettere DICIASSETTEMILA), spariti nel giro di poche ore sulle tavolate allestite nella piccola piazzetta a ridosso delle mura del castello. Così, se il prossimo anno avete bisogno di me il 23 giugno, sapete dove trovarmi.

Ma ero solo a metà del mio itinerario giornaliero. Da lì, seguendo un paesaggio che si fa man mano più morbido e ondulato, sono arrivata alla fine a un’altra celebrità di questa zona: il castello di Torrechiara, che domina dall’alto (frase gentile per dire che gli ultimi 500 metri ho spinto la bici sudando con me una dannata) le colline circostanti.

Stasera dormo qui, nella bellissima locanda proprio all’interno del borgo, dopo una memorabile cena nel ristorante adiacente. Segnatevi questi nomi, perché mangiare e pernottare qui fa parte dell’esperienza e ne vale davvero la pena:  https://tavernadelcastello.it/ e https://lalocandaditorrechiara.it/

Detto questo, mi pare di essere andata già fin troppo per le lunghe. Altre notizie su Torrechiara in arrivo domani, insieme a molte altre cose interessanti da raggiungere in sella alla Bigia.

*in molti mi dicono che questi tratti si vanno ormai perdendo e non si trovano quasi più: evidentemente non sono mai stati a Milano

In filo sottile collega la provincia di Parma all’Islanda. In entrambi i posti un toponimo con meno di cinque sillabe è considerato da poveretti

Filed Under: In bici, Viaggi Tagged With: Parma

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