Sono appena tornata da un viaggio a Tenerife di cui non ho scritto nulla. Perché, pur essendo stata una bellissima esperienza, non era il “mio” viaggio: ho solo accompagnato, e sostenuto facendo da autista-tuttofare, un amico che è un vero atleta e fa cose straordinarie. Tipo questa, per esempio: salire e scendere di corsa dal monte Teide (il vulcano attivo più alto d’Europa, quasi 3800 metri) in poco più di otto ore. A me ci vorrebbero due o tre giorni, ammesso di riuscirci.
E così pensavo a quanta diversità c’è tra le persone, a quanto differenti sono le cose che ci interessano e, di conseguenza, le sfide che ci poniamo. Gli atleti, quelli veri, per quanto ne dicano si misurano con l’esterno: quello che desiderano è essere i primi, superare tutti gli altri, fare qualcosa che nessun altro è in grado di fare; o almeno provarci.
Poi ci sono quelli come me, i “non competitivi”: noi siamo gente che non ha bisogno di scalare montagne o salire su un podio, perché noi, gli ostacoli, ce li portiamo dentro. Siamo gente che – in tutti i sensi – lascia passare davanti quelli che hanno più fretta, che amano i riflettori, che sgomitano di più. La nostra gara è tutta con noi stessi, ma non per questo è meno difficile: la nostra sfida è quella di credere in noi, di non considerarci inferiori a chi ci circonda, di non ritenere le nostre esigenze e i nostri sogni “di secondo piano” rispetto a quelli degli altri. A noi non interessa tanto confrontarci con il prossimo perché il nostro traguardo è prima di tutto decidere di dare fiducia a noi stessi, provare qualcosa che ci sarebbe sempre piaciuto e che ci è sempre sembrato impossibile.
Però ho scoperto che anche noi possiamo allenarci, e migliorare, e stabilire i nostri personalissimi record interiori. Certo, non è facile mettersi in moto dopo anni, ma ho trovato una tecnica che funziona.
Per prima cosa bisogna ricominciare a sognare. Ricordarsi quello che desideravamo quando avevamo 12anni, riscoprire qualcosa che amiamo veramente e che non ha bisogno di spiegazioni e giustificazioni: viaggi, cammini, esperienze, emozioni. E poi un secondo passaggio, ancora più difficile: mettersi davanti a uno specchio e domandarsi “perché no?”; esercizio da ripetere più volte al giorno, per più giorni consecutivi. Alla fine qualcosa scatta: un meccanismo arrugginito si sblocca e la domanda diventa sempre più convinta: perché non provarci? Non importa che siano obiettivi straordinari: siamo pur sempre dei “non competitivi”. Quello che conta è che siano importanti per noi; e quasi sempre, così facendo, riusciremo a sorprenderci delle nostre capacità.