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SE CE L'HO FATTA IO

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New York, sopra e sotto

25 marzo 2019 By Monica Nanetti

Visto che tra lavoro e preparazione di “Leonardo in bicicletta” le cose da fare sono un milione e il caos incombe, ho reagito in modo razionale e costruttivo: ho mollato tutto e me ne sono venuta una settimana a New York.

In realtà non è stata una fuga e tantomeno una decisione improvvisata: ho una coppia di amici che da tempo vivono e lavorano qui, ed era un bel pezzo che avevo voglia di stare con loro e di vedere com’era il loro “nuovo mondo”. E così, una volta trovato un biglietto low cost, eccomi accampata per qualche giorno sul divano della loro bellissima casa di Manhattan, passando le giornate a girare la città e a raccontarci molti arretrati di fatti nostri, come succede con quelle (rare) persone con cui la distanza e la mancanza di frequentazione fisica non riescono a intaccare la confidenza e l’affetto reciproco.

Non pensavo neppure di parlarne, di questa escursione nella Grande Mela, perché non credevo di avere granché di originale da dire: quasi tutti sono stati a New York, tutti se ne sono fatti comunque un’idea e – alla fine dei conti – questa città è talmente grande, multiforme e sfaccettata da poter confermare qualsiasi immagine uno se ne sia fatto. Insomma, dato che in questo blog mi sono posta come obiettivo di scrivere solo se ho qualcosa che vale la pena di raccontare (nella speranza che quel qualcosa non sia banale o stereotipato), pensavo semplicemente di prendermi una vacanza.

Poi però ieri, in una giornata limpida e ventosa, sono andata in un posto dove non mi era ancora capitato di ritornare dopo moltissimi anni: al World Trade Center, nell’area dove sorgevano le torri gemelle e dove ora si trovano il memoriale dell’11 settembre, l’ “oculus” (avveniristica costruzione-centro commerciale disegnata da Calatrava) e la Freedom Tower, il cui vero nome è One World Trade Center. Quest’ultimo è il sesto grattacielo più alto del mondo e ha al suo 100mo piano un osservatorio a 360 gradi su New York e dintorni che è davvero uno spettacolo indimenticabile; come pure indimenticabile è l’ascensore “animato” che in pochissimo tempo ti porta su e giù, sulle cui pareti vengono proiettati straordinari effetti visivi.

Esclamazioni di meraviglia, risate, bar e ristorante “con vista”, foto e selfie in tutte le salse, gadget e souvenir di ogni genere. La tipica e perfetta attrazione turistica.

Però.

Però poi scendi, e proprio lì di fronte ti trovi le due “vasche”: le aree quadrate su cui sorgevano le torri, divenute ora due perfetti buchi di marmo nero sulle cui pareti scorre incessantemente una cascata di acqua e sui cui bordi sono incisi, uno per uno, i nomi delle quasi 3000 vittime di quel giorno. Un monumento fatto di vuoto, di assenza, che proprio nella mancanza di elementi concreti comunica perfettamente quello che in quel luogo c’era e ora non c’è più, e tutto il dolore che questo ha portato con sé.

Ti rendi conto, insomma, di quanto orgoglio ci sia voluto a reagire ricostruendo sulle ferite del passato, senza dimenticarle ma senza neppure permettere loro di cambiare il proprio stile di vita, di farsi schiacciare dalla sofferenza, dalla paura, dai ricordi.

Sarebbe bastato questo, a offrire molti spunti di riflessione. Ma ieri sera mi sono trovata a cena con una simpatica coppia di amici dei miei amici, e ho scoperto che una cosa è la superficie, un’altra è il livello un po’ più profondo e personale. Questo signore, italiano trapiantato negli Stati Uniti da moltissimo tempo, dall’aria solida e disincantata, l’11 settembre 2001 stava lavorando nel suo ufficio letteralmente dall’altra parte della strada rispetto alle torri. E con poche frasi asciutte ci ha raccontato il boato, la fuga, la nube di polvere, la tremenda lotteria di chi era andato a una riunione nel WTC e di chi invece era stato trattenuto da un intoppo, di chi si era spostato dal marciapiede un attimo prima e di chi invece (come il capo dei vigili del fuoco) in quello stesso punto era morto sotto il frammento di un palazzo.

“Non sono quasi mai tornato da quelle parti, se non assolutamente necessario – ci ha raccontato – e ogni volta è una cosa che fa male”. E in questa frase asciutta si capiva benissimo come i ricordi di quella giornata fossero dei fantasmi che, in 18 anni, non hanno mai smesso di seguire né lui, ne un numero enorme di persone che pur senza aver sofferto danni fisici, da quell’esperienza sono usciti indelebilmente segnati.

È vero, è qualcosa che in linea teorica ci si può immaginare e aspettare: ma credetemi, vedere così da vicino quanto, nell’ambito personale delle persone, l’11 settembre sia una ferita che non riesce a rimarginarsi, è qualcosa che ti impressiona e ti tocca nel profondo.

Certo, New York e i suoi abitanti hanno saputo reagire a testa alta, hanno deciso di riconquistare la propria serenità e il proprio sorriso, anche a costo di impegno e fatica; ma questo non significa che il trauma sia meno profondo e indelebile: al di sotto delle luci, del milione di eventi e iniziative che ogni giorno costellano la città, della frenesia e dell’energia che scorre per le strade, c’è in questa indomabile città una corrente sotterranea di dolore che scorre e pulsa, oggi come allora.

Filed Under: Come capita, Viaggi

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