Saluti dal Frecciarossa Firenze – Milano. Ebbene sì, ce l’abbiamo fatta: abbiamo percorso a piedi la Via degli Dei, la strada che in 120 km collega Bologna a Firenze, scavalcando l’Appennino e spostandoci tra due regioni confinanti ma profondamente diverse: dialetti, persone, usanze, luci, colori, architetture. Due mondi molto lontani, anche se in questo momento mi ci vorranno poco più di 40 minuti di Alta Velocità per ripercorrere a ritroso la strada che ci ha tenuti occupati a faticare per sei giorni, per una media di sette ore al giorno.
40 minuti contro 6 giorni: una sensazione che definire strana è dir poco, una relatività delle distanze che fa pensare. Fino a farti venire qualche dubbio sul fatto che un’idea come la nostra possa essere anacronistica, inutile, insensata, faticosa; in sintesi un’idea scema.
In realtà non è affatto così: questi sei giorni vissuti “a passo lento” sono stati densissimi di cose, persone, panorami, scoperte. Anche l’ultima tappa, oggi, che in poco più di 17 km di sostanziale discesa ci ha portato da Olmo a Firenze, è stata una bellissima sorpresa per me che – da brava milanese – mi aspettavo una noiosa e un po’ deprimente frazione di trasferimento attraverso un’insulsa periferia urbana. Niente di più sbagliato: l’arrivo nel centro della città, passando da Fiesole, è un susseguirsi di colline fiorite, strade bianche costeggiate da cipressi, splendidi casali di campagna e sontuose ville di una bellezza quasi imbarazzante.
Se non fosse stato per i miei piedi che gridavano vendetta ad ogni passo, potrei definirlo un percorso di assoluto piacere.
Il che mi porta, in generale, a tirare qualche conclusione sull’esperienza. Il primo punto è che è un cammino davvero bellissimo, e non stupisce il crescente successo che sta conoscendo (confermatoci da moltissime persone del posto, lungo il percorso). È anche segnalato molto bene, rendendo quasi inutili le tracce gpx; e in più, fattore non trascurabile, le località iniziali e finali sono raggiungibili con grande facilità.
Per contro, dal punto di vista fisico è un itinerario che non va preso sottogamba: i dislivelli sono impegnativi, le distanze pure, e in quasi tutte le tappe non si incrociano paesi dove rifornirsi, rifocillarsi e fare sosta. Il che è anche il bello della cosa: si è completamente immersi nella natura e lontani dal mondo; ma richiede comunque, anche dal punto di vista psicologico, un certo impegno aggiuntivo. Pure per quanto riguarda le sistemazioni per la notte, la qualità è complessivamente alta ma la quantità è ancora scarsa, quindi bisogna programmare con una certa attenzione dove fermarsi a dormire.

In sintesi, il mio consiglio è: fatelo assolutamente, ma preparatevi per bene.
Noi eravamo preparati al 50%, nel senso che Franz e Geo lo erano perfettamente, e Paola e io arrivavamo a sera stremate. Oltretutto negli ultimi giorni avevamo anche l’ossessione (e la frustrazione) degli “avvistamenti della Renate”. Il soggetto in questione è una simpatica e canuta signora altoatesina, dal fisico importante e dal sorriso contagioso, piuttosto distante dalla tipologia di “camminatrice-tipo”, che abbiamo incominciato a incontrare lungo il percorso fin dalla seconda tappa. La scena consueta era la seguente: noi alle 7 del mattino, finita la colazione, ci aggiustiamo agguerriti gli zaini e salutiamo “la Renate” che, bella paciosa, scende con calma e si accomoda a tavola. Quattro ore dopo, stanchi e sudati marci, alla fine di una salita, troviamo Renate tutta arzilla, tranquillamente seduta su un tronco, che sta facendo merenda e conversa piacevolmente con qualche altro camminatore di passaggio. La salutiamo superandola, continuiamo la nostra marcia, affrontiamo altre salite interminabili sotto il solleone e quasi a fine tappa, ormai sfranti di stanchezza, troviamo un bar dove bere una – o qualche – birra. E lì, al tavolino accanto, c’è già Renate seduta, che ci accoglie radiosa sollevando il boccale accompagnandolo con un entusiastico “prosit!!”. Stessa scena in albergo, al ristorante, nei punti caratteristici: superiamo Renate camminando al doppio della sua velocità e a un certo punto ce la ritroviamo davanti, fresca e riposata, come arrivata con il teletrasporto. Abbiamo cercato di scoprire il “trucco”: prende gli autobus? Fa l’autostop? Ma in realtà, considerato il tipo di tracciato quasi sempre immerso nei boschi e lontano dalle strade carrozzabili, non è affatto una procedura semplice da mettere in pratica. Il mistero resterà insoluto, temo; ma la nostra autostima (mia e di Paola) non ne è uscita molto bene.

…intanto siamo quasi arrivati a Milano: fine del viaggio, e fine delle mie cronache. A cui aggiungo solo una nota, essenziale e doverosa: viaggiare in solitaria è molto bello; trovare nuovi compagni di viaggio è stimolante e interessante; ma partire con un piccolo gruppo di amici storici, con cui hai una confidenza e una consuetudine radicata da lunghi anni, è un’esperienza straordinaria. Se avete degli amici così, siete molto fortunati; e se riuscite a condividere con loro un’esperienza tanto intensa come un cammino di 120 km in mezzo alla natura, siete davvero fortunatissimi.
