Ogni anno la stessa cosa: arriva la maratona di New York, arrivano le foto e i commenti di chi è andato a correrla, arrivano i ricordi di chi ha partecipato in passato. Tutti a raccontare quanto meravigliosa, indimenticabile, straordinaria sia l’emozione di quell’esperienza. Anch’io l’ho corsa, ormai molti anni fa, e quell’emozione me la ricordo bene, tanto da riviverla pienamente nei racconti degli altri.
Però, c’è una cosa che non mi convince, un equivoco di fondo: quello che in genere ti viene raccontato è che quel tipo di emozione puoi provarla lì, e solo lì, perché è esattamente quella gara, in quella città, ad avere qualcosa di magico.
Ci ho pensato su, e ho concluso che non è vero. Il fatto di essere a New York, di correre una maratona, di essere in mezzo ad altre 50.000 persone emozionate ed eccitate come te è sicuramente una sensazione rara, bellissima e memorabile; ma queste sensazioni non nascono dalla situazione specifica. Nascono piuttosto dal fatto che ci si sta buttando in qualcosa che ci assorbirà completamente, corpo e cervello, e che quello che succederà è completamente imprevedibile: non si sa come andrà la gara, come reagirà il fisico, se ci saranno situazioni inaspettate a cui dovremo far fronte. In altri termini, quel tipo di emozione – bellissima e intensa – deriva dal fatto che si sta per affrontare un’esperienza completamente nuova (perché anche se la si è già corsa in passato, ogni maratona è una storia a sé), capace di metterci alla prova, di buttarci su terreni che fino ad ora non abbiamo mai esplorato anche se, magari, ne avremmo sempre avuto il desiderio.
Per quello che mi riguarda, la maratona di New York non è stata un’emozione unica: è la stessa emozione che ho provato, per esempio, quando un anno e mezzo fa sono partita da Aosta con la mia bici senza avere la minima idea di quello che mi aspettava, se non che c’erano mille chilometri da lì alla mia meta. È la stessa emozione che ho vissuto quando ho dormito per la prima volta in una casa nuova, in cui il materasso era l’unico pezzo di arredamento, iniziando una nuova vita dopo aver capito che quella precedente non aveva nulla a che fare con me. È la stessa emozione che cerco, e che spesso ritrovo, ogni volta che parto per un viaggio in qualche posto dove non sono mai stata.
Quello che sto cercando di dire, insomma, è che la maratona di New York è soprattutto un simbolo, una metafora: rappresenta il desiderio di qualcosa capace di accendere la nostra passione; un desiderio istintivo, irrazionale, per qualcosa che ci attrae, ma che al tempo stesso ci fa un po’ paura. E per suscitare questa emozione non è indispensabile andare dall’altra parte dell’oceano, né tantomeno mettersi per forza a correre: lo stesso brivido di eccitazione può venire semplicemente dal comperare un biglietto di treno e partire per la prima volta per un viaggio da soli, o dal salire su un palcoscenico, o da mille altre avventure, piccole o grandi, solitarie o in compagnia, sognate da sempre e per le quali alla fine si riesce a trovare il coraggio, il tempo, la volontà.
Di sicuro c’è che emozioni di questo tipo regalano qualcosa in più alla propria vita, e che vale davvero la pena di investire tempo e fatica, di farsi forza per trovare il coraggio di lanciarsi.
Però non confondiamo il concetto di base con le mille diverse forme che questo può assumere in pratica: ognuno ha la sua, di “maratona di New York”, e non è detto che la si debba fare per forza di corsa, o in sella a una bicicletta.
PS: il disegno è stato “rubato” dal “Manuale del Maratoneta Principiante” di CHIOD.