Tutte le strade portano a Orbe. Forse non era esattamente così, ma la sensazione è quella, dal momento che siamo ritornate, come da programma, nella cittadina svizzera in cui eravamo arrivate anche l’altro ieri.
In questo modo abbiamo completato entrambe le varianti della prima parte di percorso; finalmente, mi viene da dire, perché non avevo calcolato il fatto che continuare a camminare rimanendo più o meno sempre negli stessi posti alla fine ti crea una gran confusione in testa e ti fa sentire di più la fatica, come se camminassi tanto per rimanere sempre al punto di partenza.
Però ne valeva assolutamente la pena: entrambi i percorsi sono splendidi e molto diversi tra loro, tanto che non saprei proprio quale consigliare come migliore. La tappa di oggi (20 km, anche se alla fine come al solito ne sono venuti fuori qualcuno di più), con partenza da Sainte Croix, prevedeva una lunghissima discesa spaccagambe, dritto per dritto, per più di 500 metri di dislivello seguendo la storica via del sale. Un percorso affascinante, con l’antico lastricato in cui si vedono perfettamente i solchi lasciati nel corso dei secoli dal passaggio dei carri, immerso in un bosco fitto, sano e verdissimo come non è facile incontrare. E poi, nella seconda parte, un morbido saliscendi tra i vigneti che in questo momento sono al culmine del loro rigoglio, con grappoli enormi pronti per la vendemmia, fino ad arrivare a Orbe, graziosa cittadina anch’essa di antiche origini, dominata da un castellotto e con una bella piazzetta del mercato; noi stasera dormiamo proprio qui nel cuore della città, in una “gîte” (camera in affitto) gestita dalla simpatica famiglia Campanile, di evidenti origini italiane.
Non posso dire che la fatica non incominci a farsi sentire, al nostro quarto giorno di cammino; però stiamo anche affinando una serie di utili strategie di resistenza. Per esempio quella di fermarsi a ora di pranzo e concederci una buona pausa al ristorante; avendo cura, ovviamente, di arrivare all’orario giusto, cioè non dopo le 12 in punto; ma non è un problema, camminare mette fame… Oggi, ormai piuttosto stanchine, siamo arrivate al paese di Rances (una vera chicca, simile ai villaggetti delle fate) e ci si è miracolosamente parato davanti un ristorante vecchio stile, dall’aria un po’ fanè, già affollato di gente del posto; e se il paesino sembrava quello delle fate, quello che spignattava ai fornelli, in bella vista nella stanza accanto all’ingresso, era un omone enorme e rosso che aveva tutto l’aspetto dell’orco. Un orco buono, però, a giudicare dalle squisitezze che uscivano dal suo antro; noi ci siamo tenute relativamente leggerine (se tale si può considerare una cotoletta da mezzo chilo con patate fritte), ma i blocchi di carne alla brace che vedevamo sui tavoli dei nostri vicini ci hanno lasciato letteralmente a bocca aperta: alla faccia del “light lunch”.
Tra gli imprevisti di viaggio c’è anche il fatto che i miei pantaloni da camminata, dopo anni e anni di onorato servizio, sembrano avviarsi al termine della loro carriera. Il primo giorno Sara mi aveva già sistemato con ago e filo una tasca scucita. Oggi, in un passaggio tra i sassi, mi sono procurata un bello strappo a forma di sette proprio sul sedere. Va da sé che non ho altri pantaloni per camminare, e che da questa parte non è facile trovare negozi che vendano abbigliamento sportivo. Ricucire uno sbrego del genere è ben oltre le nostre capacità, quindi mi sono ingegnata come ho potuto: ho chiuso il buco dall’interno, utilizzando il cerotto telato che porto con me in caso di necessità. Un metodo non troppo ortodosso e abbastanza discutibile anche dal punto di vista estetico, ma per il momento sembra tenere, e questo è l’importante. Proprio vero che il cammino ti tira fuori risorse che non sapevi di avere.
Questa sera ci ha raggiute anche Cecilia, che già era venuta con me nelle tappe “montanare” di luglio e che camminerà con noi per un paio di tappe. E mentre lei, scesa dal treno, è fresca e arzilla, Sara e io siamo invece due specie di zombi che si aggirano con andatura rigida e sguardo inebetito. A nanna subito, quindi: anche perché domani ci aspetta una delle tappe più dure dell’itinerario, da Orbe a Cossonay, per 25 km e quasi 600 metri di dislivello positivo. Augurateci buona fortuna…