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La lunga via del ritorno

13 maggio 2019 By Monica Nanetti

Bello quando il ritorno si trasforma in una coda del viaggio, con cose nuove da vedere, momenti piacevoli e qualche nuova esperienza  utile. 

È quanto è successo nel “dopo- Amboise”, con la giornata di ieri dedicata a una breve tappa di trasferimento (poco più di 20 km) da Amboise a Tours, primo step del nostro viaggio di ritorno verso Milano, sotto un cielo – dopo tre settimane di nubi più o meno tempestose – finalmente luminoso e sereno.

Ci voleva proprio, non foss’altro perché iniziavo a non ricordare neanche più il piacere di una bella pedalata in una mattina di sole.

Questo ci ha anche concesso di arrivare presto a Tours, sistemarci in un delizioso piccolo hotel, l’Hotel Rabelais, arredato con grandissimo gusto e con una proprietaria simpatica e gentile (stamattina tra l’altro ci ha anticipato l’orario di colazione per permetterci di prendere il treno, facendoci trovare delle ottime crêpes appena fatte), e partire alla scoperta della città.

Tours è davvero un posto che merita una visita: c’è la cattedrale gotica più slanciata che mi sia mai capitato di vedere, c’è una affascinante piazza (place Plumereau) su cui si affaccia una parata di edifici medievali perfettamente conservati, c’è un lungoloira vivace e pieno di locali all’aperto (l’intera zona è chiamata La Guinguette) e in generale ci sono tanti giovani e un’atmosfera piacevole e rilassata. Peccato solo che non ci siamo goduti granché la visita, perché la stanchezza e il calo di tensione dopo l’arrivo hanno fatto sì che, verso le tre del pomeriggio, fossimo tutti pressoché stesi da un colpo di sonno di dimensioni giganti.

E non parlo di qualche sbadiglio o di un po’ intorpidimento: parlo di sonno vero. Abbiamo visitato una mostra nel castello (peraltro bellissima, del fotografo olandese Koen Wessing), e ci siamo ritrovati tutti nell’ultima sala, stravaccati sulle poltroncine riservate all’approfondimento del materiale di documentazione, a ronfare come ghiri. Per fortuna uno di noi ha aperto un occhio in tempo utile, altrimenti ci avrebbero dovuto evacuare con gli idranti all’ora di chiusura.

Ancora qualche nota pratica sul ritorno vero e proprio, che di fatto è tuttora in corso. Sto scrivendo, infatti, a bordo del TGV Parigi-Milano, che arriverà questa sera poco prima delle 22. Un viaggio iniziato questa mattina alle 8, con i saluti a Cristina e Giorgio (che hanno lasciato la macchia a Besançon e seguono quindi un diverso itinerario) e con il treno ad alta velocità Tours-Parigi, dove abbiamo scoperto all’ultimo momento che le nostre bici montate non erano ammesse: così, in mezzo alla banchina, abbiamo dovuto a tempo di record smontare e imballare le nostre quattro bici; operazione che non avevamo mai sperimentato prima, ma che con il panico di perdere il treno abbiamo svolto con una velocità inusitata: sembravamo un filmato in time-lapse. 

 E qui inserisco una piccola nota tecnica per chi viaggia (o progetta di viaggiare) in bicicletta: la grande scoperta delle borse “svizzere” portabici. Ora, forse ne esistono anche di altro tipo, ma io posso dirvi queste che abbiamo provato: sono borsoni in nylon spesso, con maniglioni e chiusi con zip, in cui si infila la bicicletta una volta smontata la ruota anteriore (operazione, questa, che riesco a compiere persino io senza grossi problemi, quindi a portata di imbranati). In questo modo si ottiene un grosso borsone piatto, che è accettato su tutti i treni, o almeno così dicono; sicuramente lo è sulle ferrovie svizzere e su quelle francesi, per esperienza diretta. Il belli è che tutto l’accrocchio, una volta ripiegato, occupa pochissimo spazio e pesa meno di un kg, e quindi può essere portato con sé senza troppi problemi. Queste borse sono vendute presso molte stazioni ferroviarie svizzere e anche on line (la marca più diffusa è la TranZbag: non è una pubblicità mascherata, lo scrivo in caso possa far comodo a qualcuno). Non sono proprio economicissime (sugli 80 euro) e sicuramente qualche mago del fai da te ha escogitato soluzioni più economiche. Ma siccome io invece sono abbastanza imbranata, questa cosa ha rappresentato una grande svolta, rendendo molto più semplice il ritorno in treno da un qualunque viaggio in bici. 

Tra l’altro, il test di oggi è stato doppio: smontate e imballate le bici a Tours, rimontate a Parigi meno di due ore dopo per attraversare un pezzo di città da Gare Montparnasse a Gare de Lyon (con una pausa-caffè molto parigina nelle viuzze del 5 arrondissement), rismontate e ri-imballate per salire sul treno per Milano: la parte più difficile è stata trascinarsi la bici imballata, insieme ai borsoni, per tutta la banchina, perché ovviamente il nostro vagone era il più lontano; per me che sono piuttosto bassa la cosa è ancora più complicata perché l’imballo della bici tocca quasi per terra, e mi tocca camminare in punta di piedi. Certo, non è il modo più semplice e riposante per spostarsi, ma alla fine si può fare… anche se il ritorno, in realtà, in questo momento non è ancora del tutto completato.

Se questo blog si interromperà bruscamente, tra qualche giorno mandate qualcuno a cercarmi perché potrei essere rimasta incastrata in qualche vagone delle ferrovie francesi.

Filed Under: In bici, Viaggi

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