Non sempre le cose filano tutte lisce.
Stamattina, per esempio, ero di umore talmente nero che ho iniziato a pensare che magari questa cosa dei due mesi di viaggio è una bella fesseria e farei meglio a tornarmene a casa e piazzarmi sul divano.
È stata una fase che è durata poco, giusto i primi 20 km di pedalata all’uscita da Parigi, e bisogna aggiungere che avevo i miei buoni motivi. A partire dal fatto che avevo dormito poco e male, continuando con la constatazione che oggi – festa dell’Ascensione – qui in Francia è tutto ermeticamente chiuso e di conseguenza io, finalmente uscita dal loculo/chambre de bonne di cui ho raccontato ieri, non ero riuscita a trovare un posto dove fare uno straccio di colazione o bere almeno un caffè.
A questo aggiungete un tempo bigio e freddo, una pioggerella sottile e penetrante, un itinerario ciclabile attraverso alcune zone industriali periferiche piuttosto degradate e completamente deserte data la giornata di festa: il panorama dello squallore totale.
E a dare un tocco di depressione in più, l’idea che stavo facendo un percorso “a vuoto”, non per procedere alla volta di Londra, com’era nei miei piani, ma con la prospettiva di ritornare a Parigi, in treno, il giorno seguente.
Già, perché questo stramaledetto long weekend francese ha fatto sì che le città si svuotassero completamente, rendendo del tutto impossibile la ricerca di posti dove dormire lungo il tracciato. Ho provato in tutti i modi, ma non c’è stato niente da fare, anche perché su quel tratto vi sono pochi paesi e pochissime cittadine: la probabilità di dover passare le notti sotto un ponte era altissima.
Così mi sono accontentata di un’unica tappa in territorio francese, quella che in 45 km va da Parigi a Maisons Laffitte, unico luogo del percorso dove sono riuscita a trovare un albergo. Dopo di che, spostandomi via treno e bus, raggiungerò Dieppe con un itinerario abbastanza contorto.
Tornando alla strada già fatta, per fortuna dopo i primi 20 km le cose sono decisamente cambiate; e questo, se da un lato mi ha consolato della validità della decisione di percorrere un “vicolo cieco”, dall’altra mi ha fatto venire ancor più il nervoso al pensiero di quello che mi perderò nei prossimi giorni. Le brutte zone suburbane, infatti, a un certo punto lasciano il posto a quartieri più gradevoli, in cui la ciclovia (che corre sempre su sede autonoma e protetta) è fiancheggiata da parchi verdi.
Dopo di che, quasi improvvisamente, la Senna che scorre lì vicino si fa più visibile e si incomincia a sentire davvero il sapore della Normandia, quella dipinta in tanti quadri che conosciamo a memoria: il fiume ampio, placido e dall’acqua verdissima, fiancheggiato da una vegetazione lussureggiante e da pioppi monumentali; i piccoli paesi con i campanili a punta; le splendide case d’epoca con il loro particolarissimo stile, affacciate sul fiume e circondate da giardini talmente rigogliosi e fioriti che sembrano sul punto di prendere possesso di tutta l’area. A un certo punto, a Chatou, si attraversa il fiume passando per un’isola chiamata “isola degli Impressionisti”, e non è difficile capire perché.
Anche il paese dove dormo, Maisons-Laffitte, è notevole: prima di tutto per il suo stupendo castello barocco (che si dice essere stato di ispirazione addirittura per la reggia di Versailles), e poi per la particolarità di essere “la capitale francese del cavallo”, nel senso che qui si allenano tutti i migliori cavalli da corsa della nazione. Una delle glorie locali è infatti l’ippodromo e la sua pista di allenamento che comprende un rettilineo di ben 2,2 km, il più lungo del mondo.
Questo innegabile vanto, va detto, rende il paese un po’ monotematico: di cavalli in carne ed ossa non se ne vedono, ma il tema equino è ovunque: cartelli, statue, murales… nell’albergo dove dormo le pareti sono adornate con foto di grandi campioni a quattro zampe, fantini, selle e finimenti. Ma la cosa più sconcertante è l’ascensore, la cui porta è dipinta con un trompe-l-oeil che raffigura la porta di una scuderia, con tanto di cavallo che fa capolino: la sensazione quindi, quando la cabina arriva, è quella di infilarsi in una stalla… ma per fortuna invece le camere sono confortevolmente “a misura d’uomo”.
Domani giorno di vari trasferimenti ferroviari, anche abbastanza complessi… vedremo come va!
