La foto che vedete qui l’ho già pubblicata: risale all’ottobre scorso, quando ero in viaggio in Myanmar (alias Birmania) insieme ai miei amici Cristina e Giorgio. Stavamo spostandoci nel nord del paese, dal lago Inle a Mandalay, lungo una strada scalcagnata a bordo di un taxi scalcagnatissimo. Tanto scalcagnato da fermarsi in panne lungo il cammino, in un paesino piccolissimo e poverissimo.
Consulti collettivi, smanettamenti dell’autista dentro al cofano, tentativi di mettere in moto l’auto a spinta, ma niente da fare: ci è toccato trainare il relitto fino a un baracchino dove lavorava un meccanico-tuttofare, e aspettare che l’ometto venisse a capo del problema.
Nel frattempo, ovviamente, era iniziato a piovere; eravamo lì come tre scemi ad aspettare, quando dopo pochi minuti è uscita da una casupola malmessa una signora sorridente, trascinando tre sedie di plastica che probabilmente rappresentavano l’intero salotto di casa. Le ha disposte sotto la verandina di ondulato e ci ha fatto segno di accomodarci e ripararci dalla pioggia, offrendoci anche dell’acqua da bere.
Ora, vorrei chiarire bene la situazione: nella classifica dei paesi più poveri, il Myanmar si trova al 145mo posto su 188, e noi ci trovavamo in una zona rurale, quindi particolarmente arretrata. Ed eravamo lì come turisti occidentali, ben vestiti e ben pasciuti, con le nostre macchine fotografiche al collo, evidentemente più ricchi di quanto chiunque in paese potesse anche solo immaginare. Ma invece di prenderci a pernacchie, questi tizi ci accoglievano e ci aiutavano, senza chiedere nulla in cambio.
Se ho raccontato tutta questa storia, è perché mi è tornata in mente proprio ieri, camminando sotto la pioggia (come negli ultimi 2000 giorni, mi pare).
Milano, zona Sant’Ambrogio (che, per chi non è del posto, significa quartiere centrale di ricca borghesia), marciapiede tranquillo, palazzo signorile con un grande androne. Mentre passo, qualcosa attrae la mia attenzione: torno indietro di qualche metro e vedo il cartello che trovate nella foto qui sotto.

Posto che, per quanto signorile, un portone di palazzo non è un luogo in cui uno sogna di passare la giornata parlando al telefono, è evidente che chi si piazzava lì sotto lo faceva per ripararsi, dalla pioggia o magari dal sole. Forse qualcuno avrà anche parlato ad alta voce, ma non riesco a immaginare una folla sbraitante concentrata proprio in quel paio di metri quadrati.
Lo so, è una banalità, ma mi è sembrato un atteggiamento così piccolo e becero, un tale segno di chiusura e di rifiuto, da diventare il simbolo di un mondo – il nostro – che sembra aver perso ogni capacità di empatia, di simpatia, per non scomodare termini più pesanti come, per esempio, solidarietà. Lo so che è solo il cartellino di un portinaio arcigno in un condominio pretenzioso, ma ai miei occhi è diventato il simbolo di quello che, temo, ci stiamo perdendo: quell’umanità che faceva sì che si chiacchierasse con i vicini di casa, che ci si desse una mano in modo spontaneo, che facesse sentire in qualche modo coinvolti e responsabili di ciò che ci accade intorno. Forse esagero, per fortuna: di gente perbene ce n’è ancora un sacco. Però, anche se siamo incomparabilmente più ricchi dei birmani, mi viene il dubbio che stiamo perdendoci qualcosa per strada.