Un po’ di paturnie prima della partenza, come da tradizione. Le solite, basate sul “cosa sto dimenticando?”, “perché mi porto due camere d’aria, se poi non le so cambiare?” e “oddio, se poi non trovo la strada?” e via dicendo, più una serie di disagi di nuova concezione, migliorati e potenziati come ogni modello 2.0 che si rispetti.
Il tutto si è scatenato l’altro ieri, quando ancora stavo sistemando le cose dopo il rientro dal giretto di riscaldamento sulla ciclovia dell’Oglio, nel momento esatto in cui ho sentito qualcuno dire giulivo “…se non ci sentiamo più, buona Pasqua!”: il che mi ha catapultato immediatamente in quel clima da “fine di tutto” che precede le principali festività. Ho ancora in sacco di cose da sistemare per lavoro (sì, lavoro anch’io, anche se non ne parlo…) e mi sono vista precipitare in quella zona grigia di assenza di interlocutori, di risposte svagate, di “melina” per rimandare tutto a dopo le feste. L’ideale, per un’ansiosa che abbina manie di controllo con sensi di colpa.

E poi, c’è la questione del meteo. Ora, io sono di norma una persona di sana e robusta costituzione, che tende a fregarsene se qualche giorno tocca pedalare sotto l’acqua. Però questa cosa sta diventando francamente seccante: a partire dalla settimana sul cammino di Santiago, nel gennaio scorso, in cui ho preso più acqua di quanta pensavo fosse umanamente possibile, continuando con una serie di uscite estemporanee (forse fortunate, ma bagnate di sicuro), fino alla scorsa settimana lungo l’Oglio, quando per la prima volta abbiamo deciso di “tagliare” l’ultima tappa (da Calvatone a Mantova) perché non ne potevamo più di acqua e freddo: in totale, quest’anno praticamente non ricordo di aver pedalato o camminato se non sotto l’acqua o comunque accompagnata da cieli plumbei e nuvole di umidità. Tanto che la consueta frase di incoraggiamento “dai che spiana” è stata ormai sostituita da “dai che si apre” (sottinteso: la coltre di nubi); frase che, ovviamente, in un caso e nell’altro non si è mai rivelata realistica. E adesso, a quanto pare, ci risiamo: la partenza per “Leonardo in bicicletta” è tra meno di una settimana (il 24) e inizia il rituale della verifica delle previsioni: che danno, ovviamente, pioggia. Così, alla partenza, appena usciti di casa. Roba da scoraggiare chiunque, e soprattutto chi ha appena finito di asciugare l’abbigliamento del viaggio precedente. Fino ad ora il livello autodichiarato di attendibilità delle previsioni è “bassa”, quindi c’è ancora spazio per miglioramenti; speriamo, perché inizio a non ricordarmi neanche più com’è il piacere di pedalare in una bella giornata: ormai lo abbino in automatico a uno sgradevole senso di umido e a un panorama composto esclusivamente da nubi basse.
Comunque, non è tutto così nero: i preparativi della partenza includono anche cose belle, come la festa dell’altra sera al Gogol’Ostello. Abbiamo celebrato il compleanno di Leonardo, che era per l’appunto il 15, con tanto di torta e di coro “…perché è un bravo ragazzo…”, in un happening demenziale di quelli che piacciono a me, e abbiamo salutato amici e parenti raccontando i dettagli del viaggio. A voi li racconto nei prossimi giorni, insieme a qualche indicazione se vorrete seguirci più comodamente giorno per giorno. Per ora anticipo solo una cosa, che mi rende allo stesso tempo orgogliosa e incredula: grazie soprattutto al lavoro e alla pazienza della mitica Asli (proprietaria del Gogol’Ostello) “Leonardo in bicicletta” è stato ufficialmente inserito nel palinsesto delle celebrazioni “Leonardo 500” del Comune di Milano.
Come dire: anche noi, nel nostro piccolo, rendiamo omaggio al grande genio. Che non ha inventato l’ombrello, ma la muta subacquea sì: e non so se questo è un buon segno…