
I primi chilometri della ciclovia che parte da Mikulov, sempre seguendo la traccia dell’Eurovelo 13 “della Cortina di Ferro” e costeggiando in terra ceca il confine con l’Austria, sono quasi idilliaci: una ciclabile tranquilla e ben asfaltata, con da un lato campi coltivati e pieni di fiori a perdita d’occhio, e dall’altro i binari di una ferrovia locale, tanto piccola da sembrare quella delle fate. Pure un po’ troppo, a guardar bene: il tracciato ferroviario – tuttora in esercizio – scorre proprio a lato della ciclovia, senza nulla a separare: non una rete, non un terrapieno, neppure qualche cespuglio, giusto una sottile striscia di prato; tanto che chiunque volesse potrebbe attraversare i binari o camminarci sopra, senza alcuna difficoltà. Detta così sembra una cosa da niente, ma avere dei binari attivi tanto a portata di mano è una cosa che fa una certa impressione; da un lato sembra uscita da un’illustrazione di un libro per bambini, dall’altro fa venire in mente quei vecchi fumetti in cui c’è qualche malcapitato legato alle traversine in attesa del passaggio del treno.

Questa atmosfera vagamente fiabesca è comunque destinata a interrompersi presto: siamo pur sempre in un luogo di memorie storiche particolarmente drammatiche, e un monumento lungo la ciclovia ricorda le molte persone uccise nel tentativo di valicare la frontiera; la cosa forse più impressionante è far caso alle date, per rendersi conto di quanto poco tempo sia passato da un mondo e da un regime che oggi ci sembra del tutto inconcepibile. Non solo per la violenza della situazione (sopra il filo spinato correva un cavo elettrico a 6000 volt, e quando i Paesi confinanti protestarono per la disumanità del metodo, il cavo fu sostituito da un tirante che apriva le gabbie di cani appositamente addestrati ad attaccare al viso e alla gola: con risultati ben peggiori di quello di rimanere folgorati all’istante), ma anche per l’assurdità di certi tentativi di condizionamento mentale: nei treni che transitavano su questo tratto di confine, i finestrini rivolti verso il lato austriaco venivano oscurati per impedire anche solo di guardare l’occidente e le sue ricchezze.
Ad ogni modo, le testimonianze storiche di questi luoghi non si limitano al periodo della guerra fredda. Anzi, permettono di scoprire storie e collegamenti piuttosto sorprendenti dei secoli passati. Questo perché, a questo punto del percorso, la EuroVelo 13 si interseca con vari altri percorsi a lunga percorrenza (la greenway Praga-Vienna e la EuroVelo 9 “dal Baltico all’Adriatico”), nonché con molti tracciati locali: il che permette di effettuare delle deviazioni che, se da un lato allungano il percorso di qualche decina di chilometri, dall’altro consentono di visitare luoghi straordinari.
Tra questi, il posto d’onore spetta alla “Greenway Liechtenstein”: un circuito che da Lednice arriva a Valtice all’interno di un paesaggio culturale inserito dall’UNESCO nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Per chi si chiedesse che cosa c’entra il Liechtenstein, mini-nazione incastrata tra Svizzera e Austria a quasi mille km da questi posti, la spiegazione trova origine nelle vicende centroeuropee a partire dal 1700. Una storia decisamente lunga e complicata che taglierò con l’accetta (mica sono Barbero) per come l’ho capita: i “signori Liechtenstein” sono in realtà una nobile e ricca famiglia sviluppatasi con i suoi possedimenti soprattutto qui, nella Moravia e zone limitrofe, mentre quello che è l’attuale Principato del Liechtenstein fu per secoli sostanzialmente un possedimento secondario; la ciccia, cioè le vere ricchezze, restavano in questa regione della Cechia. Saltando milioni di vicende e spostandosi avanti veloce fino alla fine della seconda guerra mondiale, si arriva a quando l’allora Cecoslovacchia decise di espropriare tutti i possedimenti ereditari della dinastia dei Liechtenstein sul proprio territorio, considerandoli proprietà tedesche. La famiglia, ovviamente, una volta finita la guerra fredda pensò bene di richiedere indietro il patrimonio. E mica parliamo di robetta: in ballo ci sono oltre 1.600 chilometri quadrati (dieci volte la dimensione del Liechtenstein stesso) di terreno agricolo e foreste, oltre a svariati castelli e palazzi. La questione è ancora aperta, con un contenzioso in atto presso la Corte internazionale di giustizia a cui il governo ceco reagisce, per quel che ho capito, fischiettando e facendo orecchie da mercante.
L’unico riconoscimento per ora concesso, evidentemente, è il nome di questa ciclovia, che di fatto attraversa gran parte dei possedimenti contesi. E percorrendoli in bici, lungo un percorso ciclabile sostanzialmente pianeggiante, ben tenuto e protetto dal traffico automobilistico, ti viene da pensare che anche tu ti impunteresti non poco per riavere indietro i beni di famiglia. Chilometri e chilometri di fitta e verdissima foresta dove gli unici rumori sono quelli del canto degli uccelli; un’immensa cattedrale vegetale inframmezzata da sontuose ville, tempietti, chalet di caccia, e da paesi che ospitano le residenze ufficiali della famiglia: quella invernale, il grande castello di Valtice, e quella estiva a Lednice, gioiello di architettura neogotica circondato da un immenso parco-giardino e completato tra l’altro da una gigantesca e spettacolare serra in ferro e vetro (da queste parti dicono malignamente che gli Asburgo, venuti in visita, fossero talmente invidiosi della struttura da tornare a Vienna di corsa e ordinarne una ancora più grande a Schönbrunn).
Il tutto in un territorio solcato da una enorme quantità di percorsi ciclabili sicuri e ben segnalati: non a caso queste zone sono considerate un paradiso dei cicloturisti (incluse le famiglie con bambini) e una autentica eccellenza a livello nazionale.
Beh, direi che per oggi può bastare. Solo qualche dato pratico, per dire che il giro di oggi ci ha portato a percorrere più o meno 65 km, con dislivelli poco rilevanti. Una tappa piuttosto riposante, insomma, che ci ha portato ormai a due passi dalla Slovacchia: dove si conclude il tratto ceco della ciclovia della Cortina di Ferro, e dove – maltempo permettendo – arriveremo domani.
