La Circle Line di Yangon è un trenino scalcagnato che, come dice il nome, compie un percorso circolare partendo dalla Central Station e attraversando un po’ tutti i sobborghi della città, con una lentezza esasperante. All’inizio trasecolavo vedendo gente camminare tranquillamente lungo i binari; poi ho capito che, considerato la velocità e il fracasso, è più probabile essere travolti da un carretto spinto a mano che non da un treno del genere. Per chi è di Milano, in pratica è il corrispondente locale dei “treni delle Nord”: il mezzo preferito dei pendolari che gravitano attorno al centro urbano. Con la differenza che qui la stragrande maggioranza dei passeggeri, anziché impiegati e studenti, sono omini e donnine evidentemente diretti a qualche mercato, con ceste e borsone stracariche di mercanzia: nella lunga mattinata che ho trascorso a bordo, percorrendo l’itinerario completo, mi si sono seduti accanto, nell’ordine: un venditore di scope di saggina, un commerciante di manine in plastica colorata per grattarsi la schiena, un venditore di garofanini e orchidee, un tizio che ha caricato e scaricato due armadi guardaroba a doppia anta, parecchie persone con gigantesche borse di verdura non identificata. Una sarabanda a cui si aggiungono i venditori da treno, che offrono acqua, frittelle, fette di cocomero. Si suda come disperati (oggi è uscito il sole e il caldo è micidiale), si attraversano baraccopoli miserevoli e aree urbane fatiscenti, si è costantemente circondati da una vegetazione che sembra volerti aggredire da tanto è rigogliosa. Insomma, è un viaggio abbastanza impegnativo; ma ti aiuta a farti un’idea di questo paese, povero ma indaffarato in milioni di piccole attività e commerci di ogni tipo. Mi dicono che il tasso di crescita del pil è intorno al 7% l’anno: decisamente tanto. E meno male, perché la strada sembra ancora lunga.
