A una settimana dal rientro dal Myanmar, sono già completamente immersa nella vita “normale” (che poi tanto normale in questi giorni non è, visto che sto preparando la mostra fotografica sulla via Francigena e sono emozionatissima!). Però non mi sembrava giusto concludere le mie piccole cronache di viaggio senza neanche un cenno alla drammaticissima crisi umanitaria e politica in corso nel nord-ovest del paese, nello stato del Rakhine, dove è in atto un esodo (ma forse sarebbe meglio parlare di pulizia etnica) di centinaia di migliaia di profughi musulmani di etnia Rohingya verso il Bangladesh. Non proverò neppure a riassumere i termini di questa complicatissima questione: la trovate però esposta molto chiaramente in una serie di articoli pubblicati dalla rivista Internazionale in edicola questa settimana.
Anche perché, di fatto, ne so quanto prima: nel resto del paese non si parla assolutamente dell’intera faccenda (in realtà si evita addirittura di nominare la parola rohingya in pubblico) e non si ha alcuna percezione degli scontri, dei drammi e delle violenze che si svolgono a poche centinaia di chilometri (in zone, peraltro, chiuse ai visitatori stranieri). Restano, però, alcune considerazioni di fondo. La prima – e mi scuso per la sconcertante banalità dell’affermazione – è la constatazione che il genere umano è davvero tutto uguale, e non basta la scorza esterna per cambiarne la natura di fondo: ci sono popolazioni – come i birmani – dal modo di fare dolce, cordiale, tranquillo e amichevole; ma anche loro, alla resa dei conti, in determinate situazioni sono capaci di commettere atrocità inaudite, esattamente come qualunque altra popolazione al mondo. Parlare di “popoli pacifici”, “popoli aggressivi”, “etnie violente” e simili, è davvero una generalizzazione che non ha alcun senso.
La seconda è che, da quel pochissimo che ho potuto capire, in Myanmar la situazione è estremamente complicata e riassumere il tutto con “l’esercito è cattivo – il governo e Aung San Suu Kyi dovrebbero intervenire” non è solo sbagliato, ma rischia di creare più danni che benefici.
Di certo c’è solo una cosa: questa è una guerra tra poveri, anzi, tra poverissimi: poveri i Rohingya, ma molto poveri anche i buddisti che abitano nel Rakhine, e altrettanto poveri anche gli abitanti del Bangladesh verso cui i profughi cercano riparo. La mia sensazione è che, al di là di tutte le considerazioni di stampo etnico, religioso, politico, si stia lottando disperatamente per una coperta che è davvero troppo corta.
Ciò mi porta al secondo argomento del mio post a tema Myanmar: come ho già avuto modo di raccontare, durante la mia visita ho potuto conoscere da vicino delle ong che operano “sul campo”, in particolare nell’ambito del microcredito. Un sistema che, a mio avviso, può essere uno straordinario motore di sviluppo per quelle aree. Quello che ho scoperto è che le organizzazioni che lavorano su questi progetti sono in buona parte finanziate attraverso una piattaforma assolutamente geniale: si chiama Kiva ed è una ong statunitense che promuove via internet la raccolta di fondi destinati a operazioni di microcredito (messi poi concretamente in atto attraverso altre organizzazioni che operano direttamente e capillarmente sul territorio).
Andate a vedere il sito perché è bellissimo: sono proposti centinaia e centinaia di casi di micro-imprenditori in tutto il mondo (suddivisi per categorie e per aree geografiche) e per ciascuno di loro viene presentato il progetto (che spesso consiste semplicemente nell’acquisto di un frullatore per incrementare il giro di affari di un chiosco-bar, o nella fornitura di qualche chilo di fertilizzante per una nuova coltivazione), la necessità finanziaria e il piano di restituzione. Sì, perché non si tratta di beneficenza: qui si parla di prestito, normalmente di un importo pari a 25$, che nell’arco di qualche mese viene restituito (a volte addirittura con un piccolo interesse). In questo modo, con gli stessi 25$, nel corso del tempo si può contribuire allo sviluppo di tante piccole attività un po’ in tutto il mondo.
Non so voi, ma a me questa cosa ha affascinato. E, soprattutto, mi ha fatto pensare che, per dare un piccolo contributo ai problemi che affliggono buona parte dell’umanità, anche iniziare da un frullatore può essere una buona idea.