
Un giro in bici per il Monferrato, dicevamo. Siamo già al secondo giorno di pedalata, per un totale sin qui di 170 km percorsi e 2100 metri di dislivello. Questa sera dormiamo a Canelli, in mezzo a un paradiso di vigneti morbidamente ondulati (cui corrispondono salite terrificanti, alcune delle quali capaci di metterci in difficoltà nonostante l’ausilio del motore elettrico). E domani si annuncia la tappa più dura, quella che ci porterà ai confini con la Liguria: confesso che, nonostante l’aiuto della SuperBigia, sono vagamente preoccupata per quello che ci aspetta… ma come al solito, chi vivrà, vedrà.
Nel frattempo (in particolare io e Giovanni) abbiamo affrontato e risolto piccoli problemi di settaggio delle nuove bici, con le quali iniziamo a prendere confidenza. E, del resto, proprio questa era la finalità del viaggio, in preparazione del più lungo itinerario di giugno. Ma, come spesso accade, anche questo giro a breve distanza da casa da “semplice test” si sta trasformando nella scoperta di una miniera di meraviglie inaspettate. I panorami variano spesso, e passano dalla pianura a scenografici borghi in cima alle colline, fino ad aree boscose e quasi selvagge dove capita di vedere caprioli attraversare di corsa le radure (una cosa che mi stupisce moltissimo è che le colline del Monferrato hanno l’abitudine di nascondersi benissimo: un momento stai pedalando nel mezzo di una piattissima e apparentemente sconfinata pianura e un attimo dopo stai ansimando su per una salitona tanto ripida quanto panoramica).
E poi ci sono le eccellenze che ti capita di visitare, magari perché te le sei programmate oppure per un colpo di fortuna come quello che ci è capitato questa sera, e che, qui a Canelli, ci ha regalato l’esperienza di un giro guidato all’interno delle grande Cantine Contratto. Tutto il sottosuolo di Canelli, in realtà, è percorso da cantine sotterranee (oltre 20 km) considerate delle vere e proprie “cattedrali”; ma di certo quelle di Contratto – produttore dal 1867 – sono davvero spettacolari: scavate nel tufo 40 metri al di sotto della collina su cui sorge il paese, ospitano un milione e mezzo di bottiglie e raccontano una tradizione artigiana straordinaria (tutte le bottiglie del loro “metodo classico” vengono ancora ruotate a mano, di un ottavo di giro una volta al giorno, da addetti espertissimi che sembrano più che altro dei musicisti all’opera). Insomma, una di quelle storie di qualità, competenza e tradizione che ti fa pensare che sì, in effetti nonostante tutto in Italia si trovano dei patrimoni senza paragoni.
Ma torniamo al nostro itinerario: era rimasto in sospeso il quesito sullo strano nome di questo giro ad anello, che ci porterà dalle rive del Po fino ai confini della Liguria e poi di nuovo indietro fino a Casale. La Ciclocavalcata Aleramica del Monferrato – come ho raccontato nel libro “Ciclovie d’Italia” prende ispirazione da un episodio a metà tra storia e leggenda, ambientato intorno all’anno 900. Quando in queste zone l’imperatore del Sacro Romano Impero, Ottone I di Sassonia, si trovò a combattere contro gruppi di sudditi ribelli bresciani (cosa ci facessero simili personaggi da queste parti non ne ho la minima idea: se volete notizie più precise chiedete a Barbero, io mi limito a riportare la leggenda); le cose sembravano mettersi molto male per l’imperatore, che a un certo punto una notte si trovò circondato nella sua tenda, senza prospettive di fuga. A salvarlo in extremis arrivò però un valoroso combattente, il soldato Aleramo, a sua volta con una storia decisamente intricata: nato da nobile famiglia germanica, rimasto orfano da bambino, si trovò a lavorare come sguattero per il cuoco del Vescovo di Albenga, alleato di Ottone. Le sue prodezze guerriere lo sollevarono però immediatamente da questa condizione: Ottone I, in segno di riconoscenza, lo nominò cavaliere nonché precettore della figlia Alasia. I due, ovviamente, si innamorarono, ed ebbero i loro bei problemi a far digerire la cosa all’imperatore; il quale però alla fine (dopo che i due innamorati fuggirono insieme nientepopodimeno che ad Alassio) si arrese ai fatti, e concesse ad Aleramo il titolo di marchese insieme a un’ulteriore, inconsueta promessa: avrebbe concesso al futuro genero tante terre quante ne riuscisse a percorrere cavalcando senza sosta. Secondo la leggenda, la cavalcata di Aleramo durò tre giorni e tre notti, sfinendo a morte tre cavalli e disegnando un perimetro di oltre 400 km: quello che divenne poi il territorio del Monferrato. Che sempre ad Aleramo, secondo una scuola di pensiero, deve anche il suo nome “Munfrè”, derivante dal fatto che il cavaliere avesse ferrato i suoi cavalli con l’aiuto di un mattone (in piemontese “mun”).
Quanto ci sia di vero in questa storia, non è dato sapere. Ma l’attuale itinerario ciclistico che ne ripercorre – strada più, strada meno – la cavalcata è davvero spettacolare e si snoda, sempre su asfalto, su tranquillissime strade di campagna a traffico praticamente nullo. Certo, è tutto fuorché un percorso riposante: anche in sella a un’ebike come la SuperBigia, c’è da faticare parecchio. Però, stando a questi primi due giorni, ne vale decisamente la pena.
