A bocce ferme, la mia opinione sincera su quest’ultima esperienza lungo il Cammino di Santiago.
Mi ci è voluto qualche giorno per metterla insieme, perché per carattere e per abitudine non sono una che ama mettersi controcorrente, contraddire, discutere e tantomeno polemizzare. E in questo caso mi trovo con una visione molto diversa dalle tante persone che hanno trovato in questo cammino l’ “esperienza della vita”, e che magari lo ripercorrono più e più volte in anni successivi.
Ma dato che – almeno in questo blog – vorrei dire solo ed esattamente le cose che penso, ecco qui.
Iniziamo con un paio di doverose premesse, però.
La prima – come cornice generale – è che il bello dei cammini è che ognuno si ritaglia le modalità che preferisce, e tutte sono ugualmente valide e legittime: almeno in questo ambito, la libertà di muoversi quando, quanto e come ci pare è assoluta. Le mie, quindi, non sono critiche, ma semplicemente osservazioni e opinioni personali: valide per alcuni, infondate o irrilevanti per altri. E dato che non stiamo parlando di questioni di principio o di diritti umani fondamentali, direi che va bene così.
La seconda è che da queste mie osservazioni sono esclusi i veri pellegrinaggi, quei cammini cioè effettuati specificamente per motivazioni profondamente religiose: perché mi sono estranee, perché non ne ho alcuna esperienza, e anche perché (lo dicono le statistiche) chi compie il cammino per motivi strettamente devozionali è una minoranza; persone che hanno il mio rispetto incondizionato, ma per le quali l’intera esperienza assume uno spessore e un significato completamente diverso da chi si mette sulla strada non per fede ma per compiere un viaggio, provare sensazioni, conoscere luoghi e persone, includendo tutt’al più una generica componente “spirituale”.
Il Cammino di Santiago, dicevamo: ho percorso “solo” circa 130 chilometri del Cammino Portoghese: non tutto, quindi, ma abbastanza da farmene un’idea precisa. E l’idea, per dirla in modo un po’ brutale, è quella di una “Disneyland dei cammini”.
Un po’ di numeri per spiegarmi meglio: nel 2018 i pellegrini registrati sono stati oltre 320.000 (trecentoventimila, praticamente come l’intera città di Bari). In un anno per modo di dire, però, perché posso assicurare che a gennaio il percorso è completamente deserto; e l’enormità di questo divario non è attribuibile semplicemente al freddo (almeno sul tratto portoghese, non è affatto proibitivo) o all’impossibilità di prendere ferie (molte persone che intraprendono il cammino sono pensionati, universitari, lavoratori autonomi… gente insomma che ha la possibilità di gestire i propri tempi).
No, c’è dell’altro: se 320.000 persone decidono di accalcarsi sugli stessi sentieri negli stessi 9 mesi, le motivazioni devono essere per forza diverse.
Soprattutto perché nei mesi estivi ci si trova ad affrontare problemi che ai miei occhi sono ben più spiacevoli che qualche giornata in più di maltempo o qualche bar chiuso lungo il percorso. Come molti mi hanno raccontato – e come si può intuire dal numero enorme di strutture di ospitalità, ristorazione, servizi di supporto presenti sul tracciato – in alta stagione l’affollamento è totale: è necessario affrettarsi lungo la strada, magari superando altri pellegrini, per arrivare in ostello entro le 14 in modo da trovare posto, peraltro in strutture strapiene; oppure bisogna pianificare minuziosamente tutte le tappe in anticipo e prenotare i pernottamenti, muovendosi così all’interno di un programma rigidamente predeterminato; ci sono lunghissime code in molti situazioni (leggendaria quella, a Santiago, negli uffici che rilasciano il certificato di avvenuto pellegrinaggio detto “Compostela”); e anche lungo la strada, mi è stato detto, è impossibile perdersi non solo perché le segnalazioni sono frequenti al limite della maniacalità, ma anche perché “basta seguire il flusso di persone”, continuo e incessante.
Insomma, qualcosa di più simile a un happening collettivo che a un’esperienza individuale.
Ma credo che sarebbe sbagliato e riduttivo liquidare il discorso con un semplice “ormai è diventato una moda, lo fanno tutti”, perché a mio avviso c’è qualcosa di più profondo su cui riflettere. E questo qualcosa, alla resa dei conti, è il bisogno che tutti noi proviamo di tenere sotto controllo l’imprevisto, l’imponderabile, il rischio di trovarci in situazioni che non sappiamo se e come saremo in grado di gestire.
L’affollamento e la straordinaria macchina organizzativa del “Camino” – fenomeni che vanno di pari passo e si sostengono a vicenda – a mio avviso hanno trasformato in questi ultimi anni quello che era un cammino vero e proprio in una rappresentazione preconfezionata di quello che un cammino dovrebbe essere.
Stare in mezzo a moltissime altre persone che fanno esattamente la stessa cosa; sapere che si è riconosciuti ovunque con un preciso status – quello di “pellegrino” – che ci solleva in qualche modo dal doverci qualificare come individui singoli; muoversi all’interno di itinerari predefiniti, ben segnalati, quasi “standardizzati”; avere comunque una enorme quantità di “reti di sicurezza” e “piani B” sempre a portata di mano, dalle fermate di autobus sempre relativamente vicine all’eventuale servizio di trasporto zaino, dalle macchinette automatiche di merendine e caffè caldo nei punti più lontani dal paese fino alla possibilità di chiamare un taxi nel caso non se ne possa più (il numero lo si trova spesso sui segnali lungo la via, su adesivi astutamente applicati da alcune compagnie private): tutti elementi sicuramente comodi e pratici, ma anche, ai miei occhi, un po’ troppo rassicuranti, capaci in qualche modo di “normalizzare” la situazione, disinnescandone la parte più autentica di emozione e lasciando soltanto un guscio esteriore. Quanto basta, insomma, per regalare l’orgoglio di poter dire “ho fatto il Cammino di Santiago”, ma senza alcun rischio di dover affrontare situazioni imprevedibili o inedite.
Credo che la tendenza a “fare gruppo”, ad aggregarsi a contesti già affollati anziché inventarsi percorsi personali sia il frutto di un’insicurezza che tutti noi in qualche misura ci portiamo dentro: in senso più generale, prendere atto (anche con noi stessi) del fatto che siamo individui unici e diversi da chiunque altro è una cosa che in prima battuta fa paura, e soprattutto fa sentire soli. È per questo, secondo me, che spesso ci rifugiamo nel rassicurante contesto di grandi aggregati, in esperienze che sono magari molto distanti dalla nostra quotidianità ma sono comunque abbastanza addomesticate da darci la sensazione di avere la situazione sostanzialmente sotto controllo.
Per quello che ho visto, però, la vita non è affatto così. E sarebbe meglio accettare il fatto che ci muoviamo in un contesto di imprevedibilità che possiamo solo imparare a gestire al meglio, ma non a neutralizzare. Altrimenti il risultato che otteniamo è negativo sotto almeno due punti di vista: ci crea delle illusioni destinate a essere inesorabilmente deluse, perché gli eventi sono comunque sempre al di là del nostro controllo, e non basta certo un’accurata programmazione o “fare quello che fanno gli altri” per impedirne il corso; e in più ci impedisce di godere di una forma di leggerezza e libertà capace davvero di dare un gusto diverso alla nostra esistenza, e magari anche di farci crescere come individui.
Un “vero” viaggio, almeno ai miei occhi, prescinde dalla destinazione, dalla distanza e anche in buona parte dalle modalità: ha soprattutto a che fare con l’autenticità dell’esperienza, con quell’elemento unico e irripetibile che è molto difficile trovare in un contesto così collettivo e organizzato. Certo, richiede un po’ di sforzo e un briciolo di coraggio in più; e in questo senso il Cammino di Santiago può essere una fantastica palestra per fare il primo passo, per capire che si può avere fiducia nelle proprie capacità e nelle proprie risorse, per inventarsi nuovi progetti ed esperienze meno omologate e più simili a chi siamo realmente. In altri termini un punto di partenza, e non la destinazione di arrivo.