Piccole abitudini: a me piace scrivere di prima mattina, quando le energie sono maggiori e il cervello è (forse) più fresco; una cosa che non è praticamente possibile durante un cammino, quando si cerca sempre di mettersi in marcia presto per avere davanti l’intera giornata. Almeno per il post conclusivo di questo viaggio sulla Via Francigena svizzera, però, ho aspettato di essere rientrata e di potermi mettere alla tastiera bella sdraiata nel mio lettuccio, nella mia linda e accogliente casetta (si dice per dire, ovviamente: la pulizia della mia casa è su livelli di mera sopravvivenza, e per quanto riguarda l’accoglienza, basti dire che 10 minuti dopo il mio arrivo si è rotto lo sciacquone del water).

Comunque, eccoci qui, Sara ed io, arrivate incolumi a Martigny dopo oltre 200 km di camminata dalla Francia fino ai piedi del Gran San Bernardo. L’ultima tappa, tutto sommato, è stata una delle più semplici: 17 km da St.Maurice, lungo sentieri e stradine facili da percorrere e con dislivelli piuttosto morbidi, tanto che ci siamo presentate in stazione con un’aria non troppo sconvolta e abbiamo persino potuto anticipare il treno che, via Briga, da Martigny ci ha comodamente riportate a Milano.

La mattinata, in realtà, si era aperta con la soluzione di un mistero che ci aveva tormentato dalla sera precedente. Per raccontarvelo devo fare presente il contesto della nostra ultima notte di viaggio, a St.Maurice, alloggiate presso l’Hotellerie Franciscaine. Come si può facilmente capire dal nome, si stratta di una struttura di accoglienza di matrice religiosa. Grande, comoda, pulitissima, funzionale, piena di persone accoglienti e gentili (in sostanza: ve la consiglio vivamente se fate questo percorso, anche perché ha prezzi civili rispetto alla media). Si tratta comunque di una struttura di una tipologia abbastanza particolare: una via di mezzo tra un grande ostello religioso per gruppi di oratorio e una casa-vacanza di qualche parrocchia ben organizzata. Arredamento semplice, riviste religiose in consultazione nella hall, croci in legno e santini venduti come souvenir; c’era persino una cosa vagamente inquietante, che non avevo mai visto prima: un intero distributore – alto un paio di metri – di biglietti augurali, tipo quelli di buon compleanno o “felicitazioni per la tua laurea”. Tranne che questo, di distributore, era dichiaratamente e unicamente dedicato a biglietti di condoglianze, ovviamente con illustrazioni a tema: pietà, deposizioni, ecce homo, vergini piangenti e così via; insomma, non esattamente una cosa che ti instilla ottimismo.

Questa, ad ogni modo, era l’atmosfera generale, di quelle che ti aspetti essere popolate da gruppi scout, raduni di suorine e gang di vecchiette. Invece, quando l’altro ieri pomeriggio siamo arrivate e ci siamo sedute nei locali comuni aspettando che aprisse la reception, il tavolo accanto al nostro ha iniziato a popolarsi di strani personaggi. Uomini e donne di varie nazionalità (svizzeri, ma anche americani, tedeschi, italiani, francesi…) che definire “fisicati” è poco: tutti compatti e muscolosi oltre ogni dire, abbigliati con scarponi anfibi, pantaloni mimetici e magliette con scritte e sigle incomprensibili ma dall’aria estremamente grintosa (in cui ricorreva un misterioso K-9), sembravano usciti in massa da uno di quei telefilm americani anni 80, tipo A-Team, per intenderci: gente che per tenersi in forma ha l’aria di svolgere ogni mattina la routine dei marines tra flessioni su un solo braccio e percorsi sotto il filo spinato.
Una presenza già di per sé incongrua in un luogo simile; ma quello che ci ha lasciato di stucco sono stati i brani di conversazione che, in un miscuglio di lingue, abbiamo captato sforzandoci di non dare nell’occhio. Temi che partivano da “rilevazione degli odori”, passavano da “vecchi residui”, tiravano in ballo “addestramenti” e “attività sul campo”, ipotizzavano “nel caso di rapina in banca” e comprendevano complicati discorsi su “tipologie di DNA”. Meno male che nessuno ci guardava, perché le nostre facce stupefatte dovevano essere tutto un programma.
Mistero che si è ripresentato la mattina successiva a colazione, con scene analoghe: sembrava un corso avanzato di aggiornamento dell’FBI, ma all’interno di un seminario di preti anziché in qualche fighissima sede della Pennsylvania o dintorni; giuro che ho persino pensato anche a questa ipotesi e a una sorta di riunione segreta “sotto copertura” in un luogo dove nessuno avrebbe pensato di trovarli (questo il motivo per cui mi sono guardata bene dallo scattare foto, nel timore di venire neutralizzata all’istante da una mossa di karate).
Rosa dalla curiosità, ho cercato su google la sigla che contrassegnava il tavolo riservato ai nostri agenti segreti, e ho relazionato sconsolata a Sara: “macchè, sotto quella sigla c’è di tutto: dall’unione dei salumieri della Bretagna a una malattia rara dei polli. Pensa che è persino l’abbreviazione dell’associazione degli addestratori di bloodhound…”
Un attimo di silenzio e la lampadina che si accende nel cervello: bloodhound, cioè segugio di Sant’Uberto, cioè il cane dall’olfatto più sviluppato al mondo; odori; ricerche; cani poliziotto; K-9 che, letto all’inglese, si pronuncia “canine”… e a conferma di tutto, un grosso sosia di Pluto che attraversa il corridoio silenzioso e serissimo, al guinzaglio di uno dei nostri energumeni. In totale, ci eravamo trovate all’incontro annuale della federazione internazionale di addestratori di bloodhound, che per misteriosi motivi avevano scelto l’Hotellerie Franciscaine di St.Maurice come loro luogo d’incontro.
Poi c’è chi dice che la Svizzera è noiosa e non riserva sorprese…
