Breve riassunto del nostro lunghissimo venerdì: pozze di zolfo vicino al lago Myvatn (benvenuti all’inferno); Godafoss, la “cascata degli dei” (altri turisti asiatici aspiranti suicidi); la città di Akureyri (sotto un sole splendente), il paesino di Dalvik, così fiero di essere il luogo natìo dell’uomo più alto d’Islanda da dedicargli addirittura un intero museo (non ho idea di cosa ci sia esposto, probabilmente una collezione di scarpe giganti); il delizioso villaggio di Siglufjordhur, un tempo capitale della pesca delle aringhe (all’inizio del XX secolo le aringhe misteriosamente scomparvero da queste acque, e ora Siglufjordhur si è reinventato come destinazione turistica con suggestive memorie dei suoi anni d’oro); il remoto e spettacolare ostello di Osar, dove abbiamo dormito a una temperatura intorno ai 5 gradi (ma non abbiamo avuto il coraggio di lamentarci: l’altra ospite era una giovane donna polacca che sta viaggiando attraverso l’Islanda tutta sola con la sua bambina di 3 anni: si stavano godendo una “notte di comodità” dopo una settimana a dormire in tenda).
Siamo già oltre la metà del nostro viaggio, e la voglia di tornare scarseggia.
