Cronache dal Canada, prima parte. Come ho già anticipato sui social, questa volta sono in viaggio per lavoro: seguirò, per conto di Action Magazine, il Canadaman/Woman Extreme. Una gara durissima, un triathlon che somma alle distanze dell’Ironman (3,8 km a nuoto, 180 k in bici e 42 di corsa) le difficoltà di un percorso in mezzo alla natura selvaggia, su sentieri scoscesi e con dislivelli davvero notevoli. La gara, comunque, con i suoi annessi e connessi ve la racconterò su Action Magazine (nel caso venisse il dubbio a qualcuno: io racconto e basta…non la corro di sicuro!!!)

Intanto qui, invece, vi porto con me in giro per questo angolo del Canada, nel cuore del Quèbec, e vi assicuro che ne vale la pena.
La prima notizia è che fa caldo: un caldo micidiale e anomalo, oltre i 30 gradi e con un altissimo tasso di umidità, che taglia le gambe e dimezza le energie. Dicono che domani dovrebbe cambiare. Speriamo, soprattutto per quei poveretti che devono correre in condizioni proibitive. Ma anche per gli altri, perché così è davvero faticoso fare qualunque cosa.
Questa mattina, dopo aver passato la notte a Montreal devastata dal fuso orario, mi sono messa alla guida della mia Nissan a noleggio alla volta di Lac Mégantic, il paesello dove mi trovo ora e da cui per l’appunto domenica all’alba partirà la gara.

La natura, ovviamente, la fa da padrona, con boschi verdissimi ovunque. La cosa strana è che di montagne, almeno come le concepiamo noi, non ce n’è praticamente traccia; il panorama è composto da un susseguirsi di grandi colline coperte da foreste, in un continuo su e giù che ti offre colpi d’occhio capaci di darti l’idea dell’immensità di questi posti. Qui siamo in una regione chiamata Cantons-de-l’-est, e in effetti sono aree remote, a tre ore di auto da Montreal, nella parte orientale del Quèbec e ai confini con il Maine. Qui, ancor più che in città, tutti parlano francese (in certi casi non sono neppure bilingui e l’inglese lo parlano peggio di me), e forse anche questo contribuisce a un’atmosfera di calore “latino”. La gente è cordiale, gentile, disponibile; e anche se non mi è stato confermato apertamente, ho l’impressione che presentarsi parlando francese crei una piccola corrente di simpatia aggiuntiva.

Lac Mègantic, poi, è un paese strano: sulle rive del lago, attivo e vivace (è il centro principale della zona), dopo una periferia piena di case, grandi magazzini e strutture varie sfocia in un centro in cui c’è, proprio davanti alla chiesa principale, una grande distesa vuota. Non un parco o un giardino, e neanche un’area dismessa: proprio un gigantesco terreno, come un “buco” nel bel mezzo della cittadina.

Il perché l’ho capito dopo, chiacchierando con il proprietario dell’albergo: proprio qui, esattamente 5 anni fa, nella notte tra il 5 e il 6 luglio, un treno con 27 vagoni-cisterna carichi di 6 milioni di litri di petrolio, per un insieme di incidenti e fatalità che hanno quasi dell’incredibile, è deragliato ed è esploso, innescando poi una gigantesca serie di incendi. Bilancio: 47 morti, oltre 2000 persone evacuate e buona parte del centro cittadino completamente distrutto. Inutile dire che il quinto anniversario di una tragedia simile non passa inosservato: oggi sono andata a visitare la piccola mostra allestita con i materiali e la documentazione del disastro, e questa sera era in programma una grande commemorazione al bordo del lago; celebrazione a cui non sono andata in parte perché troppo stanca e in parte perché imbucarmi in una cerimonia legata a memorie così vicine e dolorose di questa comunità mi faceva sentire un po’ una guardona.
Comunque, non c’è dubbio che questo disastro abbia segnato profondamente il territorio, e forse la stessa gara di domenica è un po’ un’iniziativa per reagire e per dimostrare che “la vita continua”.

Ho ancora tante cose da raccontarvi: notizie spicciole su abitudini canadesi e considerazioni sul viaggiare in solitaria; ma per fortuna abbiamo ancora tanti giorni per stare in giro e chiacchierare. Per ora, quindi, dal Canada è tutto. A domani!
