Chi, come me, è nato all’inizio degli anni 60, ha impresso nella memoria una serie di nomi che hanno accompagnato l’infanzia con un alone tragico, anche senza che ne fosse ben chiaro il significato: Vietnam, Vietcong, Mekong, Laos, Ho Chi Minh.
Laos, per esempio, a me ha sempre evocato l’immagine di bambini smunti e tristi con in mano una ciotolina di riso. Nulla di più diverso dalla realtà, grazie al cielo: ripresosi dalla guerra (e che guerra: questo paese detiene il primato mondiale di maggior numero di bombe pro capite sganciate sul territorio) il Laos è oggi allegro, accogliente, tranquillo e pulito; insomma, magari non pulitissimo, ma per chi arriva come noi da Yangon l’impressione è quella di essere in Svizzera.
Oggi siamo a Vientiane, la capitale: un tranquillo paesone in cui si sente ancora forte l’influenza francese: bei locali e ristoranti, affascinanti negozietti, un vivace mercato serale lungo il Mekong. Non c’è molto da vedere, in realtà, ma è tutto immerso in un clima rilassato e “vacanziero” che è davvero un piacere godersi.
La città sta crescendo e si vede: grandi automobili nuovissime, costruzioni che spuntano come funghi, begli alberghi di ottimo livello, turismo internazionale anche adesso che siamo in bassa stagione. Un vero gioiellino; e a quanto mi dicono, il bello deve ancora venire: domani, se ci riusciamo, prendiamo un autobus e ci spostiamo a Vang Vieng.
Resta comunque – come per il resto del sud-est asiatico – il grande mistero degli impianti elettrici: a quanto pare, chiunque decida di accendere un’abat-jour sul suo comodino prende un lungo cavo e si collega direttamente alla centrale. Non si spiegano altrimenti gli immensi festoni di fili elettrici che adornano tutte le strade, e che in alcuni incroci raggiungono un livello di complessità che lascia interdetti. Fare l’elettricista da queste parti dev’essere un lavoro capace di regalare emozioni forti.
A domani!!
