Ieri sera ero troppo stanca e scomoda per scrivere qualcosa, così oggi doppia puntata: la nostra tappa di ieri da Vevey a Aigle, e quella di oggi da Aigle a St.Maurice.
Confessiamolo subito: abbiamo fatto qualche “taglio” qua e là, montando sul treno quando le cose per qualche motivo si mettevano male. Ma, come ho già detto, questa parte del percorso l’ho già fatta in bicicletta tempo fa e posso quindi permettermi di “perdere” qualche pezzetto del tracciato; in più cominciamo veramente a essere un po’ stanchine (domani, decimo giorno, dovremmo superare quota 200 km a piedi); e oggi ci si è messo anche il tempo, con una giornata fredda di pioggia e vento al traverso.
Tanto più che ci sono tali e tante cose da visitare, in questo tratto di percorso, che alle volte è meglio recuperare qualche ora della giornata per dedicarsi a soste turistiche di vario tipo. Tra l’altro, dopo parecchi giorni in cui ti sposti solo a piedi con uno zainone sulle spalle, resti sorpresa dalla straordinaria invenzione del treno – di cui quasi non ricordavi più l’esistenza – che in pochi minuti ti trasporta dove saresti arrivata arrancando, ore dopo.
Insomma, senza nulla togliere al fascino del cammino, ieri non avevo proprio voglia di farmi i 7 km abbondanti di lungolago da Vevey a Montreux: belli, eh, ma anche un po’ tutti uguali, tra giardini curatissimi, palazzi signorili e papere a zonzo sull’acqua.
A Montreux, però, scendere si doveva: prima di tutto per l’immancabile foto alla statua di Freddie Mercury; e poi, qualche km più avanti, per una visita al Château de Crillon, una grande fortezza costruita sull’acqua che è un po’ il simbolo e il vanto di questi luoghi. Dopo di che, passin passino, siamo arrivate all’altezza di Villeneuve, abbiamo lasciato alle nostre spalle il lago e ci siamo inoltrate lungo il corso del Rodano. Già che ci siamo, una precisazione: trattasi del LAGO LEMANO. Per uno svizzero di queste parti, sentir parlare di “lago di Ginevra” è come per un bolognese sentir parlare di “tortellini al ragù”: un vero abominio.
Il lago passa, ma i vigneti restano: stavolta sono quelli delle colline che circondano la cittadina di Aigle e in particolare il suo castello e il borgo antico che lo circonda. Un aperitivo (vino, ovviamente!) nel bar/ristorante sulla piazzetta, il rumore della fontana, le chiacchiere tranquille dei vicini di tavolo (tutta gente del posto che aveva l’aria di assolvere a un rituale quotidiano), la luce morbida del tramonto, la vista sui filari lì vicino in mezzo ai quali era stata allestita una grande tavolata di amici che, dopo una giornata di vendemmia, si godeva una cena all’aria aperta: una vera meraviglia, ci sembrava quasi di essere sul set di un film.
Meno meraviglioso il risveglio di questa mattina, sotto un’acqua scrosciante un vento gelido. Davanti alla prospettiva di una giornata a testa bassa, bagnate come pulcini, senza vedere nulla e godendoci ancor meno, Sara ed io non abbiamo avuto la minima esitazione. Depositati gli zaini alla stazione, ci siamo godute con calma una visita al Castello di Aigle (bellissimo, con un museo esperienziale sul vino e una collezione di etichette storiche e artistiche davvero straordinaria), abbiamo pranzato come delle vere svizzere (cioè presentandoci a tavola alle 11.40) e poi ce ne siamo venute alla tappa successiva, St.Maurice, con 9 piacevoli e asciutti minuti di treno.
Anche in questo caso, il vantaggio supplementare è stato il fatto di poter dedicare il pomeriggio alla visita della locale Abbazia, dedicata per l’appunto a San Maurizio: un soldato romano originario dell’Egitto, vissuto intorno all’anno 300 e martirizzato in questo luogo per non aver accettato di perseguitare i suoi correligionari abitanti di questi luoghi. Sara, che ha una mente storico-scientifica, non riesce a capacitarsi del perché nell’anno 300 una sostanziosa enclave di cristiani si trovasse ad abitare in questi luoghi remoti, e che diamine ci facessero qui; io, che sono un’animo più elementare, mi limito a riportare i fatti così come mi sono stati raccontati.
Ad ogni modo l’abbazia è un luogo estremamente suggestivo, ridossata a una immensa parete di roccia verticale che incombe sugli edifici, dove ancora vivono e lavorano un gruppo di attivissimi canonici. Ci sono scavi archeologici, un bellissimo chiostro, un ricco Tesoro con splendidi reliquiari (ovviamente con varie ossa del santo), una chiesa armoniosa e antica; ma soprattutto, come sempre in quei luoghi in cui si respira una religiosità sincera, c’è un’atmosfera di spiritualità e di pace che si trasmette immediatamente anche a chi, come me, non è credente.
Domani ultima tappa del nostro itinerario: circa 17 km per raggiungere Martigny e il treno che ci riporterà a Milano. A questo punto mi sono ormai abituata a convivere con i miei pantaloni strappati sul sedere e rappezzati (male) con un cerotto; in qualche modo è stato istruttivo (e pure un po’ simbolico, temo) girare per quella che probabilmente è una delle regioni più ricche d’Europa e del mondo letteralmente con “le pezze al c**o”. Domani saluterò definitivamente le mie braghe e farò del mio meglio per riabituarmi alla civiltà della vita “urbana”. Almeno fino alla prossima partenza.
