Ieri ero a un matrimonio. Un bellissimo matrimonio, proprio come i matrimoni dovrebbero essere: due sposi giovani, felici, innamorati; amici allegri, gioiosi e spontanei; una grande articolata famiglia in cui si intrecciano affettuosamente generazioni che coprono un intero secolo; un luogo (no, non lo chiamerò “location”!) panoramico e suggestivo.
E sono stati belli anche i discorsi che lo hanno accompagnato, sinceri ed emozionati: quello del celebrante, storico amico di famiglia, e quello del papà della sposa, in perfetto equilibrio tra serietà e leggerezza, con alcuni preziosi consigli sulla “manutenzione dell’amore”.
Così mi sono ritrovata a chiedermi cosa potrei invece dire io, in un’occasione del genere. Cosa augurare, cosa suggerire, da cosa mettere in guardia due persone che – con tutto l’entusiasmo e l’energia della giovinezza – si lanciano in un progetto di vita insieme?
Ci ho pensato un bel po’ e ho fatto parecchia fatica a trovare un elemento, un concetto che mi sembrasse sinceramente valido e che reggesse alla prova di esperienze vissute o osservate da vicino. Non per cinismo o pessimismo cosmico, intendiamoci: ma solo perché la inesauribile imprevedibilità degli eventi e dei sentimenti mi riportava ogni volta a un’unica conclusione, sconcertante nella sua banalità.
Conclusione che potrebbe riassumersi con: “Metteteci tutto l’impegno e l’intelligenza che avete; non dimenticate mai di rispettarvi reciprocamente, qualsiasi cosa accada; siate attenti a chi vi è vicino e badate al sodo, senza lasciarvi distrarre da cose poco importanti. Ma alla fine tutte queste cose potranno solo fornirvi un aiuto parziale, un vantaggio statistico, se a sostenervi non ci sarà anche una consistente dose di buona fortuna: elemento, questo, per definizione incontrollabile e ingovernabile”.
Insomma, non se ne usciva: nel mio ipotetico discorso avrei finito con il dire qualcosa di assai poco costruttivo del tipo: “lanciatevi, e incrociate le dita”.
Poi, però, mi è venuta in mente una citazione. Non esattamente una cosa romantica, anzi. Ho pensato a Darwin e alla sua frase: “Non è la più forte delle specie che sopravvive, né la più intelligente, ma quella più capace di adattarsi ai cambiamenti”.
Ecco, questo è tutto quello che mi sento di poter dire anche per quanto riguarda l’amore.
Quello che importa davvero, più dell’intensità della passione che provi, più dell’intimità e della confidenza, più della tua volontà e determinazione… quello che importa davvero, perché un amore duri nel tempo (e non aggiungo “e sia felice”, perché tutti gli amori sono felici, se no non sono amori) è la capacità di adattarsi ai cambiamenti.
Perché tutto cambia: le persone, le circostanze, i luoghi. Ci sono mutamenti che si stratificano nella nostra vita in modo lento, graduale e impercettibile e ci sono eventi che irrompono di botto con la forza di un treno in corsa. A volte sono buone novità, a volte non lo sono, a volte solo il tempo permette di emettere un giudizio. In tutte queste trasformazioni, l’amore si conserva se a sua volta è in grado di adattarsi alle mutate circostanze, se mostra una sua capacità plastica. Perché ci sono tanti modi di amare, infiniti modi di stare insieme, volersi bene e sostenersi a vicenda. E credo che l’ingrediente speciale delle coppie riuscite sia soprattutto quello di saper reinventare se stessi e il rapporto con l’altro, giorno dopo giorno.
Come diceva Darwin, “adattarsi ai cambiamenti”: non porsi di punta di fronte alle circostanze ma imparare a scivolare sulle asperità della vita modificando impercettibilmente ma continuamente il proprio equilibrio, come su un’asse da surf. E se qualche volta capita di finire in acqua, meglio non farne un dramma: si risale sulla tavola e si ricomincia a remare verso il largo.