Tirano, ore 9: piove con insistenza, in barba a tutte le previsioni meteo che ci avevano dato almeno una finestrella di bel tempo nella prima parte della mattinata.
Ma noi non ci facciamo scoraggiare (e comunque non abbiamo molte alternative), quindi saliamo in sella e ci mettiamo in movimento alla volta di Colico, lungo il Sentiero Valtellina.
Che anche in questa occasione si conferma essere una delle più belle ciclabili su cui mi è capitato di pedalare: persino con il brutto tempo.
Che poi, a conti fatti e sentendo che tempo da lupi c’è stato da altre parti, non ci è andata neanche troppo male: dopo un’oretta ha smesso di piovere (giusto il tempo di riempirmi d’acqua le scarpe tanto che ad ogni pedalata sentivo “squish”) e per il resto ce la siamo cavata senza ulteriori problemi (ah, beh, sì, poi c’era il vento contrario… ma almeno ci siamo asciugati più alla svelta).
Il vero problema è stato il fatto che, durante la notte e mentre noi dormivamo della grossa, su tutta la Valtellina si era scaricato un vero e proprio uragano.
All’inizio c’erano solo foglie e qualche rametto a testimoniare il maltempo delle ore precedenti. Poi però, con l’avanzare dei km, i rametti caduti hanno iniziato ad aumentare di dimensione in modo inquietante… fino ad arrivare a grossi tronchi caduti di traverso sulla carreggiata. Robe da scavalcare (o, in certi casi, sotto cui sgattaiolare) in modo non proprio agevole. Anzi.
Comunque, in qualche modo ce l’abbiamo fatta: siamo arrivati a Colico e abbiamo proseguito lungo il lago fino a Bellano, seguendo la provinciale: spettacolare come paesaggi ma devo dire, non proprio tranquillizzante per i ciclisti, stretta, piuttosto trafficata, con qualche galleria non proprio gradevole. E oltretutto, contrariamente alle mie aspettative di un pianeggiante percorso a bordo lago, con qualche salita decisamente bastarda.
Comunque, a Bellano ci siamo arrivati, in perfetto orario per prendere il battello che ci ha poi scodellati a Bellagio.
Qui si apre un piccolo inciso a tema sporcizia: perché non riesco a spiegarmi per quale strano mistero, pur avendo percorso al stessa strada, allo stesso modo e nello stesso momento, i risultati sono stati così divergenti. Giovanni, impeccabile nella sua tenuta tecnica in sella alla sua bici ancor più iper-tecnica, praticamente senza un pelo fuori posto, guardava con un certo disprezzo Annita, la cui bici era ricoperta di foglie e fanghiglia, e con disgusto ancora maggiore me, che non solo avevo la bici zozza all’inverosimile, ma ero io stessa completamente ricoperta di terra e fango e con in più le gambe bollate da enormi tatuaggi di grasso della catena: indicatore certo, quest’ultimo, del fatto che la tua perizia ciclistica è a livello “sfigata conclamata”. Davvero non capisco come faccio ad attrarre su di me tutto quello sporco: c’è volta mezz’ora in doccia per recuperare un aspetto più o meno civile.
Comunque, una volta scesi a Bellagio – nostra meta per la notte – mi aspettava un’altra spiacevole sorpresa: perché l’albergo che avevamo è “leggermente fuori” dal paese. Ma non avevo considerato che da queste parti le distanze tendono a svilupparsi in modo verticale, con salite che mettono a dura prova gente tosta e allenata: figuriamoci una come me, con il mio non-allenamento, i borsoni e già una novantina di km nelle gambe.
Alla fine però siamo arrivati, e ne valeva la pena: l’hotel (Aqua&co) è una accogliente struttura interamente realizzata con criteri di ecosostenibilità, in un angolino tranquillo e con una bella piscina nel giardino. E poi, dato che nel frattempo il tempo si è finalmente girato al bello, abbiamo continuato a salire per un km o due per andare a cena in un posto spettacolare. Salita che in questo caso, fortunatamente, abbiamo fatto a piedi, perchè la pendenza segnalata è del 14%: ho capito dopo che quella su cui ci siamo cacciati è l’inizio della leggendaria salita del Ghisallo, e quantomeno una cosa a questo punto è certa: non la farò mai.
In compenso il ristorante (che si chiama Il Perlo ed è anche bike hotel, evidentemente per gente dai polpacci di acciaio) si trova in una delle posizioni più spettacolari che possiate immaginarvi, arrampicato sopra Bellagio con una vista proprio sul tratto dove i due rami del lago si separano. Con le luci del tramonto (e un bicchiere di aperitivo in mano) è una cosa che ti ripaga con gli interessi di tutte le fatiche della giornata.
Per oggi dai vostri viaggiatori è tutto. La tappa di domani si annuncia anch’essa “interessante” da vari punti di vista… nave la racconterò a tempo debito. Stay tuned!