Eccoci a Parigi, Lady B e io. Dopo una mattinata intervallata da scrosci di pioggia, passata a gironzolare per il centro e per il Vecchio Porto di La Rochelle (ripeto quanto già detto: questa città, e questa zona della Francia in generale, sono davvero bellissime e meritano un viaggio), a ora di pranzo sono salita su in comodo TGV – i treni francesi ad alta velocità – che in poco più di tre ore mi ha scodellato nel pieno centro di Parigi, a Gare Montparnasse.
Non senza, però, un ridicolo teatrino al momento della salita sul treno: d’altro canto era già qualche giorno che non mi esibivo in una delle mie tipiche scene, e ho voluto rimettermi in pari. Partiamo dal fatto che, come ogni volta, ero molto gasata all’idea di salire disinvoltamente sul treno con la mia bici al seguito, e dopo tutti questi giorni di apertura e piegatura Brompton contavo di esibirmi con mosse rapide, sicure ed eleganti. Non avevo però fatto i conti con il fatto che, per motivi misteriosi, i treni ad alta velocità francesi (ma anche quelli svizzeri) accettano sì a bordo le bici pieghevoli – e vorrei anche vedere, dato che sono grandi come un trolley – ma impongono che le stesse siano contenute in una borsa.

Il perchè della norma, non è chiaro: considerano le bici una cosa sporca per definizione? Hanno paura che si rimontino da sole? Temono che se non adeguatamente rinchiuse possano scorrazzare per i corridoi e magari fare pipì negli angoli? Non si capisce, ma a mio avviso è una regola parecchio scema; per cui mi sono dotata semplicemente della borsa più leggera che sono riuscita a trovare, da pochi euro e senza alcuna pretesa di solidità: l’importante era che mi permettesse di rispettare la norma e pesasse il meno possibile. Questa cosa del pesare poco, però, mi si è ritorta contro; perché al momento di salire sul treno si è alzato un vento formidabile e la borsa ha letteralmente preso vita, scappando da tutte le parti ogni volta che prendevo Lady B per ficcarcela dentro e costringendomi a contorsioni e acrobazie assai poco onorevoli. Ci sarebbero volute almeno 4, o anche 6 mani per riuscire nell’impresa senza problemi. Alla fine, con non poche maledizioni e quasi sdraiandomi per terra, ne sono venuta a capo e sono riuscita a non perdere il treno, godendomi così un tranquillo e rilassante viaggio attraverso la campagna francese.
Un’altra delle cose che aspettavo con curiosità in questo viaggio era proprio Parigi: non tanto per la città in sé, su cui si è già detto tutto, ma per vedere cosa è successo dal punto di vista della ciclabilità. L’ultima volta che ero stata qui, 4 anni fa, mi era sembrata abbastanza bike friendly; ma mi era stato raccontato da più parti che non era nulla rispetto all’autentica rivoluzione degli ultimi tempi.
Bene, confermo che è vero, e che Parigi è la dimostrazione pratica che è possibile trasformare in pochissimi anni una città caotica e di dimensioni sterminate in un luogo in cui il traffico è contenuto e in cui le due ruote sono, se non il principale, uno dei mezzi di trasporto più utilizzati.
Certo, c’è da fare qualche precisazione: la larghezza delle strade parigine, dove il concetto di grandeur ha fatto sì che ci voglia un quarto d’ora per attraversare a piedi un vialone, non ha creato problemi di spazio nel ricavare i tracciati delle ciclabili, che sono a loro volta larghi e sontuosi. In certi punti- come nei tunnel sulla Senna riservati alle due ruote – ti danno l’impressione di vere e proprie autostrade per biciclette.
Ma la cosa più stupefacente- e che mi ha anche un po’ destabilizzato – è stata la trasformazione del comportamento del ciclista urbano, categoria peraltro estremamente composita: giovani rampanti, mamme con figli nei seggiolini, anziani con il cappello di paglia, bambinetti con il monopattino, signore eleganti dalla mise impeccabile… tutti accomunati da un solo fatto: si considerano e si comportano come i padroni assoluti della strada. In primo luogo per la velocità: qui sfrecciano tutti – e dico TUTTI – come pazzi, e la mia pedalata “da turista che cerca la strada” era almeno 10 km/h più lenta di ogni altro pedalatore. Ma soprattutto, dopo i primi 500 metri mi sono resa conto che i ciclisti parigini non pensano minimamente di essere soggetti ad alcuna delle norme del codice stradale. Ai semafori, in particolare: dopo che mi sono trovata ad essere l’unica pisquana ferma davanti a un semaforo palesemente rosso, creando un tappo e costringendo tutti i ciclisti che arrivavano da dietro a schivarmi, ho iniziato a tentare di adeguarmi anch’io alle usanze locali, che vanno ben oltre quello che Luciano De Crescenzo diceva di Napoli, dove “un semaforo è solo un consiglio”. Per i ciclisti parigini, a quanto pare, un semaforo è tutt’al più un’opinione, peraltro non particolarmente interessante.
Vabbè, per oggi è tutto. Avrei da raccontarvi anche alcune cose piuttosto notevoli sulla mia sistemazione per la notte, ma siccome mi fermo qui ancora un giorno me le tengo per domani. Oggi, a quanto vedo, è una splendida giornata e io ho intenzione di festeggiare i miei primi 667 km di pedalate su Lady B andandomene a zonzo con tutta calma per la città (magari anche a piedi…).
