Alla fine non ho più scritto nulla sulla continuazione del mio viaggio in Quebec, dopo la conclusione del CanadaMan/Woman Extreme, la gara di triathlon estremo che ero andata a seguire come giornalista per conto di Action Magazine. Già, perché una volta finiti i miei doveri professionali, il mio viaggio è proseguito ancora e si è trasformato in una vera vacanza: cinque giorni in solitaria, con una bella macchinona a noleggio (frutto di un fortunato upgrade: io avevo prenotato la più piccola delle utilitarie della fascia “economy”) a gironzolare per questa fetta di Canada.
Cinque giorni belli e intensi, che non sono riuscita a raccontare “in diretta” un po’ perché la sera crollavo dalla stanchezza e un po’ perché, non avendo con me il computer, ero costretta a smanettare sulla tastiera dello smartphone e la cosa a lungo andare diventa esasperante (mi sono anche comperata una tastiera pieghevole ma sono più i tasti che sbaglia che quelli che azzecca, e la cosa è anche più scomoda, se possibile).
Quindi ecco qui una selezione di momenti, consigli e considerazioni, casomai vi interessasse sapere cosa si trova da quelle parti (altri racconti su usi e costumi locali li trovate nei post precedenti).
- Ecco una cosa furba che ho fatto: il Quebec è la più estesa provincia della terza nazione più grande del mondo (il Canada), per cui è indispensabile non farsi prendere dalla frenesia del “già che sono qui…” e rassegnarsi al fatto che le distanze sono enormi. Meglio quindi visitare un’area limitata, godendosela al meglio, che passare il tempo a spostarsi su strade infinite solo per dare un’occhiata fugace al luogo che si è raggiunto. In questo modo, riguardando la mappa, mi sono resa conto di aver visto solo un francobollo rispetto al territorio che avevo intorno; ma me lo sono anche vissuto e assaporato al meglio, e va bene così.

- Se venite da queste parti leggete le indicazioni delle guide turistiche, ma poi ignorate i “luoghi da vedere”, aprite la cartina stradale (vabbè, diciamo GoogleMaps) e fate di testa vostra, seguendo strade secondarie e lasciandovi guidare dall’istinto e dall’estro del momento (e magari anche perdendovi un po’). È così che si scoprono piccoli tesori sconosciuti, come per esempio il paesino di Portneuf, affacciato sul San Lorenzo. Ora, il paesino in sé non ha nulla di particolare, il San Lorenzo invece sì: perché è un fiume, ma non certo come siamo abituati a intenderlo noi. Qui le dimensioni sono tutte sballate, e la larghezza di questo corso d’acqua è tale che, salendo verso l’estuario, non si riesce a vedere l’altra sponda: in pratica, assomiglia più a un mare. E anche nel tratto che ho costeggiato io, tra Quebec City e Montreal, dove si restringe, restano comunque vari chilometri tra una riva e l’altra. Tutto questo per dire che nel grazioso ma per altri versi insignificante paesino di Portneuf c’è una strettissima penisola: una lingua di terra larga poco più della strada, che si allunga per più di un chilometro verso il centro del fiume e ti porta in un piccolo spiazzo circondato quasi completamente dalle acque. Sull’estremità, nel bel mezzo del San Lorenzo, c’è un piccolo porticciolo turistico solitario e lontano da tutto; un luogo di pace quasi surreale, dove si incontrano personaggi interessanti. Come un simpatico signore ultrasessantenne a cui ho fatto i complimenti per il nome con cui aveva battezzato il suo barchino da pesca, che secondo me è un autentico manifesto programmatico: “Un ‘J’aurais dû de moins” (“Un ‘avrei dovuto’ di meno”); mi ha ringraziato compiaciuto, e poi mi ha confidato: “Sa che molta gente non lo capisce, questo nome? …un po’ triste, vero?”

- Quebec City è una città spettacolare, e vale sicuramente una visita: una delle pochissime città del continente nordamericano a poter usare a pieno titolo il termine “antico”, dato che le sue mura e molti edifici della città vecchia risalgono al 1700 (per gli americani la parola “antichità” si applica già a partire dai 50 anni di vita, almeno per quanto riguarda gli oggetti; per gli umani, preferisco non sapere). Proprio per questo motivo, però, la città è anche afflitta da quello che chiamo “effetto Firenze”: il suo centro storico è letteralmente invaso da turisti, bancarelle e negozietti di souvenir, tanto da far perdere la percezione di una “vera” città. Il tutto, tra l’altro, con prezzi ovviamente assai più alti che da altre parti. D’altronde, mi ha spiegato entusiasticamente una simpatica coppia dell’Illinois, “è proprio come essere a Parigi, solo che è molto più comodo”… (sono probabilmente gli stessi per i quali un giro a Venezia e uno al Venice di Las Vegas si equivalgono). Quindi, se siete in zona fate una cosa furba: andate a dormire a Lévis, che è il paesino dall’altra parte del fiume: tranquillo, elegante, assai meno caro, con una vista spettacolare sul fiume e su Quebec City proprio lì di fronte e collegato alla città da un efficientissimo traghetto che ogni mezz’ora e in 10 minuti di traversata vi porta in pieno centro.
- Come dicevo prima, le strade secondarie in Quebec sono un vero spettacolo, quindi se non si ha una particolare fretta è davvero un peccato prendere l’autostrada. È così che ho percorso un bel pezzo del vecchio “Chemin du Roy”, la strada che costeggia il San Lorenzo fino a Montreal, attraversando paesini che sembrano disegnati e scoprendo piccole particolarità interessanti. Come le fragole, che da queste parti e in questa stagione sono buonissime. Ci sono un sacco di bancarelle che le vendono, lungo la strada, ma la cosa buffa è il meccanismo: fermi la macchina, vai al banchetto, ti fai dare un grazioso cestino e ti inoltri nel campo lì dietro per andarti a cogliere le tue fragole direttamente dalle piantine; dopo di che paghi il tuo piccolo raccolto (“autocueillette”, è il nome di questo sistema).

- Il “Chemin du Roy” è anche luogo privilegiato per i cicloturisti; se ne vedono in abbondanza, più o meno carichi e attrezzati, e devo dire che mi facevano parecchia invidia. Anche se devo raccontare un piccolo episodio inquietante. Viaggiando lentamente a bordo della mia auto, mi guardavo benevolmente intorno riflettendo sui ciclisti che incrociavo e sul piacere di pedalare. A un certo punto ho visto un gruppetto che mi ha fatto simpatia: una banda di signore di una certa età, tutte donne, molte delle quali non proprio filiformi, cariche di borsoni e attrezzatura e in sella a belle bici da viaggio. “Guardale lì, che grinta – ho pensato con un po’ di superiorità – ancora belle arzille… e non sono mica giovanissime, anzi… Brave, così bisogna fare quando si invecchia”. Insomma, avevo un’atteggiamento divertito e affettuoso nei confronti di questo improbabile gruppo di pedalatrici agéè e sovrappeso. E poi ho realizzato con sgomento che mi ricordavano qualcuno: ME, per la precisione. Che evidentemente non riesco a tenere a mente che quello che sono ora e quello che ero 20 anni fa sono due cose parecchio differenti.
Fin qui, è quello che è successo nella parte più “civilizzata” del mio viaggio; che è poi proseguito attraverso parchi, laghi e foreste. Ma questo ve lo racconto nel prossimo post.