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SE CE L'HO FATTA IO

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A zonzo per il Quebec (i parchi nazionali)

23 luglio 2018 By Monica Nanetti

E dato che anche stanotte di dormire non se ne parla, vi racconto gli ultimi giorni del mio giro in Canada attraverso alcuni dei parchi nazionali del Quebec.

La prima considerazione che mi viene da fare è il grande mistero dei meccanismi del sonno, che fanno sì che io in questo momento – nella mia linda casetta, in un comodo lettone, con aria condizionata, silenzio e senza particolari angosce né preoccupazioni – sia sveglia come un grillo alle 4 del mattino. Mentre, per contro, in una microscopica tendina, con un materassino gonfiabile spesso come una sottiletta e un sacco a pelo troppo caldo per dormirci dentro e troppo freddo per dormirci sopra, con i rumori sconosciuti del bosco e il pensiero dei vari animali selvatici, abbia invece ronfato come un ghiro incurante di umidità e mal di schiena.

Già, perché la bella sorpresa è stata che – contrariamente a quanto mi era sembrato di capire dal complicatissimo sito internet dei parchi nazionali – di posto nei campeggi ce n’era eccome, e questo mi ha permesso di fare quel che avevo in mente fin dalla partenza: dormire “dentro” la natura canadese. 

Gli scenari non ve li sto a descrivere più di tanto: basti dire che sono esattamente quelli che vi potete immaginare pronunciando la parola “Canada”. Boschi infiniti e solitari, scoiattoli, laghi dalle acque immobili solcate da qualche silenzioso escursionista in canoa: una perfetta cartolina, però reale. 

Certo, mi piacerebbe dire che la mia è stata un’esperienza alla “into the wild”, un’avventurosa immersione nella natura selvaggia. In realtà, la sensazione che ho avuto è stata piuttosto diversa: i canadesi, infatti, sono tipi organizzati e condividono con i loro vicini statunitensi l’abitudine a trattare le persone come se fossero tutti bambinoni un po’ deficienti, incapaci di cavarsela se non adeguatamente istruiti e guidati passo per passo. I sentieri nei parchi, per esempio, sono delle vere e proprie strade, mappate e catalogate fin nei minimi dettagli, tenute alla perfezione, attrezzate con corrimano e gradini in legno in caso di pendenze un po’ ripide, segnalate da cartelli di tutti i tipi. Il che da un lato è una bella cosa, perché rende queste aree fruibili da persone di ogni tipo (anziani, famiglie con bambini…), dall’altro ti fa sentire in un ambito comunque controllato e protetto; e anche i campeggi sono super-organizzati con piazzole di sosta numerate che vengono attribuite via computer da una reception all’ingresso del parco… insomma, se proprio devo essere sincera, la sensazione di una natura selvaggia in cui avrei anche potuto perdermi senza rimedio l’ho avuta molto di più in un giro in giornata in Val Grande, a due ore da casa, che non nelle foreste canadesi.

Poi, vabbè, ci sono gli animali, e quello è un capitolo a parte, perché sembrano usciti pari pari da un cartone animato. I cervi, per esempio, sono un incontro abbastanza comune (inclusi i cuccioli con le macchie bianche esattamente come Bambi), come pure i picchi (che fanno esattamente quello che ti aspetti, cioè stanno agganciati agli alberi e picchiano furiosamente la corteccia), i rospi (di vari colori e dimensioni) e parecchi procioni, che si vedono passeggiare senza paura sui prati intorno alle case e che sono di fatto personaggi poco raccomandabili: abili, voraci e intelligenti, pare che siano dediti al saccheggio di provviste e di generi da toilette, tipo dentifricio, di cui sono in grado di aprire i tubetti senza difficoltà.

Le vere “star” – che peraltro sono felice di non aver incontrato – sono però altre: lupi (in particolare nel secondo dei parchi in cui ho dormito, quello di Mont Tremblant), alci (e in questo caso l’incontro avuto qualche anno fa sul Grand Canyon mi basta e avanza… ma questa è un’altra storia), e soprattutto orsi neri, di cui il parco de La Mauricie, dove ho dormito la prima notte, vanta una notevole popolazione. Da quelle parti gli avvertimenti e le precauzioni a proposito di orsi si sprecano, ma anziché tranquillizzarti contribuiscono in qualche modo ad aumentare la tua inquietudine: già il portare con te una “bear bell” (una campanella che dovrebbe avvertire del tuo arrivo evitando così di cogliere l’animale di sorpresa e di scatenarne la reazione) ti fa sentire una mucca al pascolo; poi c’è il rituale di non lasciare mai incustoditi cibo, residui (incluso l’acqua del lavaggio dei piatti), spazzatura o qualunque altra cosa abbia un odore particolare (anche loro sono attratti dagli articoli sanitari come sapone, deodorante e repellente per zanzare: tutte cose che la notte andrebbero tenute ben chiuse in auto, ma io non lo sapevo e l’ho scoperto solo il mattino dopo…); ma sono soprattutto i depliant “esplicativi” a lasciarti piuttosto perplessa. 

Quello che capisci dopo la lettura di sei facciate fitte di testo, infatti, è che la cosa più razionale è sperare in bene (oppure restare a casa): il concetto di base è che non esiste una vera strategia perché ogni orso fa di testa sua, reagisce come gli pare ed è di fatto imprevedibile. “In genere” non attacca, “di norma” si allontana, “il più delle volte” il fatto che si sollevi sulle zampe posteriori non significa che attaccherà, e se ci si sdraia a terra fingendosi morti non ti farà nulla; il leaflet continua giulivo: “…se invece si presenta in modo aggressivo (e io come faccio a saperlo? istintivamente, tenderei a darlo per scontato…) non bisogna assolutamente fare il morto ma è necessario reagire, possibilmente armati di un bastone o altro corpo contundente, in modo da fargli capire che non si è una preda facile…”. Vabbè, finiamola qui. Non ho idea di quante persone vengano sbranate dagli orsi ogni anno in Canada, ma non credo che siano moltissime; numeri alla mano, faccio abitualmente cose ben più rischiose: tipo andare in giro per Milano in bicicletta.

Filed Under: Come capita, Viaggi Tagged With: Canada, orsi, Quebec

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